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Previdenza. L’ipotesi dell’opzione-donna: lasciare il lavoro in anticipo. Le penalizzazioni con il ricalcolo basato sui contributi versati

Il cantiere della flessibilità delle pensioni è già aperto in commissione Lavoro alla Camera, dove i disegni di legge di riforma della legge Fornero, presentati finora dai diversi partiti, sono stati raccolti per tentarne una sintesi.

Le parole del premier Matteo Renzi, che ha bollato di eccessiva rigidità la riforma del governo Monti, possono rappresentare un ulteriore viatico a questo lavoro parlamentare, che partirà tra 15 giorni con le audizioni del ministro del Welfare, Giuliano Poletti, e poi con quella del presidente dell’Inps, Tito Boeri, per proseguire con le parti sociali. Oppure configurarne l’inutilità. La pensa così il presidente della commissione Lavoro al Senato, Maurizio Sacconi (Ap): «A questo punto sarà il governo con la legge di Stabilità a prendere l’iniziativa indicando la copertura finanziaria».

Gli risponde a distanza il presidente della commissione Lavoro alla Camera, Cesare Damiano (Pd): «Vorremmo che il governo, in questa occasione, tenesse conto del lavoro del Parlamento. La nostra proposta, come Pd, è quella di consentire di andare in pensione a partire dai 62 anni con 35 anni di contributi e con l’8% di penalizzazione». Con 41 anni di contributi si potrà andare in pensione senza penalizzazione.

Questa è una delle proposte depositate alla Camera a firma Damiano, Gnecchi e Baretta. Lo stesso Damiano ha presentato un’altra proposta denominata «quota 100»: età minima di pensionamento 62 anni più 38 di contributi. Anche la Lega ha ipotizzato una «quota 100» ma in questo caso l’età è quella di 58 anni e i contributi sono per 42 anni. Alla Camera però è depositata un’altra proposta della Lega, quella che chiede la proroga dell’«opzione donna»: prepensionamento a 57 anni e tre mesi con 35 anni di contributi, con un assegno percepito però interamente con il metodo contributivo. Una formula che qualcuno propone di estendere anche agli uomini e che comporta una decurtazione fino a un terzo dell’assegno. Non è racchiusa in nessuna proposta di legge l’idea avanzata dall’ex ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, del prestito pensionistico: il lavoratore si ritira anticipatamente percependo una cifra intorno ai 700 euro come prestito, che detrarrà dal suo assegno quando avrà raggiunto l’età pensionabile.

«Aspettiamo di capire cosa ci dirà il governo – commenta Maria Luisa Gnecchi (Pd) una delle relatrici della commissione Lavoro della Camera -. Dipenderà dalle risorse che saranno a disposizione che tipo di schema potrà essere adottato. E speriamo che almeno per una volta non penalizzi le donne».

Antonella Baccaro – Il Corriere della Sera – 20 maggio 2015 

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