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Pronto soccorso e medici di base, il grande ingorgo della lotta al virus. L’allarme degli operatori: «Con questo afflusso rischiano di saltare tutti i protocolli e le precauzioni»

Il Sole 24 Ore. Non c’è solo una emergenza terapie intensive: con l’aumento dei malati si affollano i pronto soccorso e, prima ancora, gli studi dei medici di famiglia che diventano nuovi colli di bottiglia nella difficile guerra al virus. Accade a Napoli e a Milano, in Piemonte, anche a Bari le aree grigie sono sature.

A Napoli e in tutta la Campania (con 2.427 nuovi contagi) i reparti di pronto soccorso sono al collasso. Molti sono stati chiusi per ospitarvi sospetti o conclamati malati Covid in attesa di ricovero. Quelli che restano aperti fanno registrare attese lunghe e strazianti. Al Cardarelli, il più grande ospedale del Sud, l’affluenza è sempre maggiore. Una infermiera che preferisce rimanere anonima racconta: «Gli ammalati restano parcheggiati per ore ad aspettare il tampone – dice – spesso restano nelle ambulanze. A volte si formano code di ambulanze fuori all’ospedale». Nell’area vesuviana, con una densità demografica altissima, gli ospedali sono stati presi d’assalto. «In queste condizioni – dicono gli operatori – saltano tutti i protocolli e le precauzioni. Molti medici sono stati contagiati». «Del resto – denunciano dal Covid center di Boscoreale – manca persino una cabina di decontaminazione». La risposta della Regione guidata da Vincenzo De Luca per decongestionare i pronto soccorso sta nella conversione di altri nosocomi in strutture dedicate esclusivamente al Covid. Diventano collo di bottiglia anche gli studi dei medici di famiglia. «Siamo oberati da continue segnalazioni di assistiti e richieste di tamponi, assistenza domiciliare, vaccinazioni – dice Pina Tommasiello della Fimmg–siamo in prima linea per evitare ricoveri non appropriati. Si potrebbe fare di più ma dovremmo avere altre attrezzature».

Anche a Milano i pronto soccorso sono in grande affanno, perché vi si stanno riversando sia pazienti con sintomi che quelli asintomatici, o anche solo casi sospetti. Difficile dire se tutti gli arrivi siano inappropriati. Tuttavia ormai vengono trattenuti solo i pazienti ritenuti a rischio. Gli ospedali milanesi con maggiore criticità sono Niguarda, Santi Paolo e Carlo, Policlinico e Sacco. Intanto, chi soffre di altre patologie comincia ad aver paura di contagiarsi e va meno al pronto soccorso.

Il Piemonte vede oltre un migliaio di accessi giornalieri ai pronto soccorso, ma a crescere è soprattutto il numero di pazienti in attesa di ricovero, passato in una settimana da 276 a 448. Segno che la pressione sulla rete ospedaliera sta crescendo tanto che l’Unità di crisi sta valutando la possibilità di utilizzare tende militari come aree per il ricovero dei pazienti che altrimenti restano parcheggiati in pronto soccorso. Una pressione che aumenta da un lato per la crescita dei casi Covid-positivi ­(ieri 2.827, con il Piemonte seconda regione per contagi dopo la Lombardia), dall’altro per la difficoltà della medicina di base di evadere le richieste dei pazienti. «La crescita del numero di ricoveri ospedalieri è tale che tra pochi giorni supereremo quelli del picco di aprile», dicono Anaao Piemonte e Nursind Piemonte, due sigle sindacali dei medici ospedalieri, in una nota congiunta nella quale chiedono con urgenza «l’allestimento di un’area modulare di degenza extra ospedaliera, con letti di terapia intensiva e subintensiva».

La pressione sulle strutture sanitare sale anche a NordEst. Il bollettino veneto del 27 ottobre ha segnalato un preoccupante balzo in avanti dei ricoveri. Se il contagio continua «così tra un paio di giorni saremo in Fase 3», ha detto il presidente del Veneto Luca Zaia, che ha invitato a non affollare i pronto soccorso e a rivolgersi ai medici di famiglia. Ieri è stato aperto un punto tamponi e vaccinazioni nel padiglione dei congressi di Udine e Gorizia Fiere, a Martignacco. Si vuole «spostare i flussi e gli assembramenti dalle strutture ospedaliere al territorio», spiega il vicegovernatore con delega alla Salute del Friuli Venezia Giulia, Riccardo Riccardi.

Anche in Toscana i medici di famiglia sono sotto stress, sommersi dalle richieste degli assistiti che hanno sintomi Covid o hanno contratto il virus. Ma il punto di frizione è con il Dipartimento di Igiene che deve occuparsi del tracciamento e non risponde in tempi brevi. I tempi lunghi per fare un tampone e avere risposta hanno fatto insorgere anche Confindustria Toscana nord che si lamenta degli effetti negativi sulle aziende e sui lavoratori.

La seconda ondata si distribuisce su tutto il Paese. Con problemi analoghi. Prima il Policlinico di Bari, sabato sera, con accessi al pronto soccorso interdetti ai malati di Covid che arrivavano con il 118. Poi, il blocco del pronto soccorso di numerosi altri ospedali, con le aree “grigie” (quelle dei malati di Covid che attendono il ricovero urgente) sature. Resta fortissima la pressione sui medici di famiglia. Le loro rappresentanze hanno firmato con la Regione Puglia un accordo che prevede, tra i loro compiti, la somministrazione dei tamponi rapidi.

Va meglio in Emilia Romagna. È sotto controllo la situazione tra ospedali, medici di base e Usca, ma «non siamo un’isola felice», mette le mani avanti il governatore Stefano Bonaccini riferendo ieri all’assemblea legislativa: la percentuale dei positivi sui tamponi effettuati (oltre 21mila) era ieri al 5,7%, meno della metà rispetto alla media nazionale. La Giunta di Viale Aldo Moro preannuncia la chiusura dei centri commerciali nel weekend per evitare spostamenti di massa dalla vicina Lombardia, dove l’emergenza è invece esplosa.

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