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Piano sanitario. Coletto sostenuto solo dalla Lega sui poteri della giunta. Maggioranza a pezzi, il voto slitta al 20 giugno

1a1a1_11consiglio_regione_2--401x175Esiste ancora una maggioranza in consiglio regionale? La domanda, direbbe Lubrano, sorge spontanea al termine della quattro giorni a Palazzo Ferro Fini dedicata all’approvazione (rinviata a mercoledì prossimo) del nuovo Piano Socio Sanitario. Che non è una quisquilia, bensì l’atto più importante, dopo lo Statuto, di questa legislatura, una delle coccarde che fin dalla campagna elettorale il governatore Luca Zaia ha detto di volersi appuntare al petto. Ebbene, alla prova dell’aula la giunta, per il tramite dell’assessore alla Sanità Luca Coletto, è andata sotto tre volte su tre: sulla nomina del direttore generale, che resterà in capo al consiglio, e sul parere vincolante riconosciuto alla commissione Sanità sulle nuove schede territoriali e sulle nuove schede ospedaliere.

In tutti e tre i casi, ad affossare gli emendamenti presentati dall’esecutivo è stato il Pdl, d’intesa con l’opposizione (non granitica), ed un quarto smacco, sul Fondo per gli investimenti delle Usl, è stato risparmiato solo grazie ad un accordo in camera caritatis che ha convinto Coletto a fermarsi per tempo. E poi c’è stata la faccenda del taglio delle Usl: è vero che il pandemonio è stato scatenato a sorpresa dal comunista Pietrangelo Pettenò, e che l’argomento non era all’ordine del giorno del Piano, ma è altrettanto vero che un voto c’è pur sempre stato ed anche in quel caso Lega e Pdl hanno votato in modo difforme, la prima per il sì, il secondo per il no. Gli azzurri ieri se la ridevano: «Avesse giocato come noi, Italia-Croazia sarebbe finita 3 a 0». I leghisti invece masticavano amaro e gli uomini più fedeli a Flavio Tosi si aggiravano per i corridoi maledicendo il giorno in cui avevano votato la nomina di Domenico Mantoan a segretario della Sanità (detto per inciso, Mantoan fu voluto in quel posto da Tosi). Che c’entra Mantoan? Lo ha riassunto bene, con una metafora che si addiceva all’Arena del Ferro Fini, il consigliere dell’Idv Gustavo Franchetto: «Come nella Turandot, Padrin sembra l’imperatore Altoum, il segretario Mantoan il principe Calaf, quello che canta “vincerò”, mentre l’assessore Coletto è il principe di Persia, decapitato nella notte».

L’immagine rende l’idea: Leonardo Padrin, presidente Pdl della commissione Sanità, incorniciato da una barba biblica, si è rivelato il più potente dei tre. Abile a muoversi tra le lobby e l’aula, ha creato un asse d’acciaio con Mantoan ed il governatore Luca Zaia (ieri presente ma silente), finendo per imporre lo spostamento dell’asse del potere in Sanità dalla giunta al consiglio e, nello specifico, alla commissione, cioè a se stesso. Mantoan, che mai aveva condiviso gli emendamenti di Coletto (con il quale negli ultimi tempi il rapporto è gelido), alla fine può dirsi vincitore: il suo Piano, blindato da Padrin, arriverà a tagliare lo storico traguardo. L’assessore, invece, ne esce se non decapitato, quanto meno dimezzato: nessun collega di giunta ha speso una parola per difenderlo e men che meno Zaia, che al grido «il consiglio è sovrano» l’ha abbandonato ad una sconfitta annunciata. Lui è voluto andare lo stesso fino in fondo, nonostante l’avvertimento del suo capogruppo Federico Caner («Non c’è verso, andiamo sotto»), forse per tener fede ai pareri legali sbandierati in sua difesa, forse per dimostrare «all’amico Flavio », che con lui aveva scritto gli emendamenti a Verona, d’essere disposto a perire, pur di non deluderlo. Chissà, forse era un caso che nel momento più rovente del dibattito, al Ferro Fini non ci fosse Zaia ma ci fosse Stefania Villanova, capo della segreteria di Coletto e moglie di Tosi.

Anche il governatore, comunque, ha poco di che stare tranquillo. Per due motivi: il primo è che il suo gruppo, nonostante il voto compatto per Coletto come da ordine di scuderia, ha mostrato in corridoio tutta la frattura che separa i «barbari sognanti» ed i lealisti bossiani, con i primi decisi ora ad andare alla guerra contro il «traditore Mantoan» (che ben conosce il codice marziale, essendo stato capitano medico dell’esercito) e i secondi convinti di avere mani libere, specie quando si tratta di votare provvedimenti «cari ai veronesi». Il secondo è che il Pdl, questo ormai è chiaro, si muove in totale libertà, cambiando strategia ed alleanza a seconda del risultato da raggiungere. Comunque vada, vince: che resti fedele al patto in Regione con la Lega o che si faccia ammaliare dalle sirene del «montismo responsabile » con il Pd, tanto in voga a Roma. Il Pd, con Claudio Sinigaglia, e l’Udc, con Raffaele Grazia, affondano la lama: «Se la maggioranza non esiste su un provvedimento chiave della legislatura, e importante per i veneti, come il Piano Socio Sanitario, vuol dire che non esiste affatto, non c’è più. Siamo alle prese con un governo virtuale. Zaia ne tragga le conseguenze e Coletto rifletta se non sia il caso di dimettersi».

Corriere del Veneto – 16 giugno 2012

Maggioranza nel caos, slitta il voto

Nemmeno l’arrivo del governatore Luca Zaia serve per partorire il nuovo piano regionale sociosanitario. Il consiglio regionale si arena sulla discussione dei 187 emendamenti presentati da tutte le parti politiche. Il governatore arriva a metà pomeriggio, si siede e ascolta il dibattito: è annunciata la sua dichiarazione di voto, ma i lavori procedono tra sospensioni, incidenti e il solito gioco delle parti tra maggioranza e opposizioni. Quando è sera, i capigruppo decidono di concludere la discussione ma di rinviare a mercoledì mattina la votazione finale. La giornata, effettivamente, era iniziata con la bocciatura del terzo emendamento presentato _ in perfetta solitudine _ dall’assessore regionale alla sanità, il veronese Luca Coletto. In 30 gli votano contro, compreso larghe fette delle sua coalizione (sulla carta la maggioranza dispone di 39 voti contro 21). L’assessore voleva riportare in capo alla giunta il potere sulle schede ospedaliere. Niente da fare: il consiglio respinge e si tiene il parere “obbligatorio e vincolante” sulle schede. Come dire: il potere di veto assoluto su ciascuna scelta legata all’assetto sanitario del Veneto. Coletto incassa e non fa una piega. «Con il conforto di inoppugnabili pareri dei servizi giuridici della Giunta e del Ministero – spiega il capogruppo della Lega Federico Caner – siamo convinti che la responsabilità di scelte che comportano, tra l’altro, significativi impegni di bilancio, debbano essere in capo a chi, come la Giunta, è titolare della massima responsabilità politica, giuridica e finanziaria conferita direttamente dagli elettori. Chi non accetta questo si assumerà la responsabilità di una scelta la cui illegittimità risulterà presto evidente». Di maggioranza come «una maionese» e di «Caporetto» per la giunta parla il capogruppo del Pd Laura Puppato, che aggiunge: «Zaia prenda atto che non solo il suo governo è senza una maggioranza, ma addirittura la sua giunta sta perdendo pezzi per strada». «Si sancisce una rottura politica che non può garantire un governo stabile alla regione _ aggiunge Claudio Sinigaglia (Pd) _ . È impossibile non evidenziare l’isolamento in cui naviga Coletto, sconfessato clamorosamente in aula, con l’aggravante che nessuno degli assessori è venuto in suo soccorso. Già era una follia il fatto che la Giunta si spingesse a presentare emendamenti a questo piano, segno di uno scollamento con la sua maggioranza del tutto palese». Pierangelo Pettenò, della Federazione della Sinistra, va ancora più dritto: «Una maggioranza allo sbando, con lotte interne ormai alla luce del sole, ma salvata dalla stampella di una parte dell’opposizione Pd e Udc». Di «imbarazzante spaccatura nella maggioranza» parla anche Gustavo Franchetto, capogruppo regionale di Italia dei Valori.

L’assessore Coletto: «Non mi dimetto Io sono un soldato»

Assessore Luca Coletto, faccia vedere le coltellate sulla schiena.

«I coltelli non si attaccano, scivolano via. Visto?»

Da questo Piano la giunta esce massacrata, la sanità è più salda che mai nelle mani del consiglio regionale.

«Vorrà dire che anche il Pd dovrà assumersi la responsabilità di qualche chiusura».

I suoi emendamenti per riportare in capo alla giunta i poteri sono stati bocciati.

«Prendo atto».

Perché non si dimette?

«Perché io sono un soldato. E ho fatto semplicemente il mio dovere. Ho difeso la giunta, ho agito secondo coscienza difendendo il piano approvato dalla giunta».

Gli altri assessori si sono dati ammalati, si sono girati dall’altra parte, hanno finto di non vedere.

«Il presidente sapeva, ha condiviso tutto»

Parla di Tosi o di Zaia?

«Il presidente della giunta regionale è Zaia»

Tosi, mai sentito in questi giorni?

«Mi ha detto di andare avanti tranquillo».

Ora la giunta appare più debole, la maggioranza spaccata. Dove pensate di andare?

«Io penso di aver agito in assoluta coerenza, difendendo lo strumento che abbiamo approvato in giunta».

Ma quali novità apporta questo piano?

«È un piano che arriva dopo 17 anni dal precedente. È adeguato alla nuova medicina».

La critica principale di questo piano appare la mancanza di scelte. È così?

«Non mi sembra. C’è lo spostamento dal modello ospedale-centrico alla medicina del territorio, del resto già avviata negli anni scorsi. C’è un rapporto posti letto per mille abitanti che si riduce, seppur di poco: l’obiettivo è di arrivare a 3,5 per mille abitanti».

Qualche ospedale dovrà chiudere.

«Ci saranno 7 poli provinciali, chiamati hub. E poi gli ospedali di rete, con un bacino di 200 mila abitanti. E i distretti, 1 per ogni 100mila abitanti».

Il Mattino di Padova – 16 giugno 2012

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