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Anticorruzione nella Pa, via libera del Senato al potenziamento dell’Autorità nazionale. La Civit diventerà Anac

corruzionedi Davide Colombo. Non solo concorsi selettivi per il reclutamento dei precari e i nuovi tagli (rafforzati) su auto blu e consulenze nel disegno di legge di conversione del decreto 101 sulla Pubblica amministrazione approvato ieri in Senato. Il testo, che ora passa alla Camera dove l’attesa è per un’approvazione rapida e senza ulteriori modifiche dopo la scelta fatta dal Governo di stralciare le norme sulla mobilità del personale tra le società controllate, contiene anche l’ulteriore “riforma” della Civit, che ora diventa A.n.ac., ovvero l’Autorità nazionale anticorruzione e per la valutazione della trasparenza delle amministrazioni pubbliche. Diciamo ulteriore perché con questo passaggio si ridisegna nuovamente il profilo di questo organismo rispetto a quanto era stato previsto nella legge 190 del novembre scorso.

Ma anche perché siamo di fronte a un ulteriore, ennesimo passo (si spera in avanti e definitivo) rispetto ai tanti tentativi messi in campo negli ultimi dieci anni per dare vita a una struttura amministrativa centrale specializzata nella lotta alla corruzione.

Un presidente e quattro commissari

L’A.n.ac. (ex Civit) avrà il profilo di una mini-authority, con un presidente e quattro componenti scelti tra «esperti di elevata professionalità e comprovata esperienza in materia di contrasto alla corruzione, management e valutazione delle performance nonchè nella gestione del personale». I cinque vengono nominati con un Dpr previa deliberazione del Consiglio dei ministri e parere favorevole espresso a maggioranza dei due terzi delle commissioni parlamentari competenti. Il presidente lo scelgono in concerto i ministri della Pa, della Giustizia e dell’Interno, mentre gli altri quattro componenti li propone il solo ministro della Pa. Escluse candidature di chi ha una carica elettiva o partitica o sindacale (o la ha avuta negli ultimi tre anni) i membri di questo board avranno un mandato di sei anni non replicabile. L’A.n.ac. avrà un budget autonomo, iscritto del bilancio della Presidenza del Consiglio, pari a 4,5 milioni l’anno e con regolamento proprio potrà definire organici e carriere interne, avrà un segretario generale, 30 dipendenti e la possibilità di avvalersi di altri 20 funzionari dello Stato o di altre amministrazioni in comando, nonché avvalersi di consulenze e incarichi esterni per particolari attività. Le nomine da fare per far ri-partire la struttura sono due: il presidente e un altro membro del board, visto che «in fase di prima applicazione » gli attuali tre componenti della Civit vengono confermati in carica assieme ai due nuovi nominati fino al fine 2016.

Una storia lunga (almeno) dieci anni

La nuova autorità nazionale anticorruzione arriva dopo anni di operazioni di montaggio e smontaggio di strutture analoghe e dopo un anno dal varo della legge 190 (16 novembre 2012) adottata dal Governo Monti in ottemperanza a due due accordi internazionali, quello dell’Onu di Merida del 2003 e quello di Strasburgo del 1999, che andavano recepiti, e dopo due rapporti negativi sull’Italia siglati dal Greco (il gruppo di Stati contro la corruzione istituito in seno al Consiglio d’Europa). Prima di quel passaggio il cantiere dell’anticorruzione aveva già partorito diversi prodotti: nel 2003 era stata istituita un’autorità per il contrasto alla corruzione, sulla scorta di iniziative analoghe avviate in altri paesi Ue, ma questo “Alto commissario per la prevenzione e il contrasto alla corruzione”, reso operativo nel 2004, fu abolito nel 2008. Dopo quattro anni di vita e quattro commissari operativi che si sono alternati alla sua guida, l’Alto commissario viene sostituito dal Saet, il servizio per l’anticorruzione e la trasparenza istituito presso il Dipartimento Funzione pubblica con la legge 112. Un anno dopo, siamo nel 2009, nasce la Civit. Nel pieno della riforma Brunetta ad essa viene affidato il compito, tra l’altro, di divulgare il concetto di integrità nelle pubbliche amministrazioni. Come è stato ricostruito nell’ultimo volume sul tema dato alle stampe per Donzelli (“Corruzione, la tassa più iniqua” di Luciano Hinna e Mauro Marcantoni) il Saet venne criticato dagli osservatori internazionali perché essendo inserito nella struttura del Dipartimento Funzione pubblica non garantiva quell’indipendenza tipica che le authorities danno; di qui la scelta della Civit. Tre anni dopo arriva la “legge di sistema” sull’anticorruzione firmata da Filippo Patroni Griffi e Paola Severino, con l’obiettivo di spostare l’asse della lotta alla corruzione dalla repressione alla prevenzione. Passa un altro anno e il ministro Gianpiero D’Alia gestisce il passaggio dalla Civit all’A.n.ac., con l’ok parlamentare di esponenti di rilievo della “strana maggioranza” come la presidente della Commissione Affari costituzionali, Anna Finocchiaro. Speriamo sia la volta buona. Finora sono circolati due nomi papabili per la presidenza della nuova autorità: quello dell’ex presidente della Corte dei Conti, Luigi Gianpaolino, e quello dell’ex capo di gabinetto del ministro dell’Interno Angelino Alfano, il prefetto Giuseppe Procaccini, che s’è dimesso qualche mese fa dopo le polemiche che hanno investito il ruolo avuto nella gestione del caso Shalabayeva, la compagna del dissidente Muktar Ablyazov, sequestrata a Roma e trasferita in Kazakistan.

Sessanta miliardi che strozzano l’economia

La speranza che si tratti del passaggio definitivo per il decollo di una struttura nazionale efficiente ed efficace nella lotta alla corruzione ha un fondamento economico, oltreché etico e politico. La corruzione ha un costo e strozza un’economia nazionale già fragile e resa ancor più vulnerabile da lunghi anni di recessione. In un altro volume appena uscito sull’argomento (“La corruzione in Italia”, di Nadia Fiorino e Emma Galli; il Mulino), si ricorda una stima del Saet del 2009, che parlava di un impatto negativo della corruzione per 50-60 miliardi. Una cifra inquietante, ribadita nelle stesse dimensioni anche l’anno scorso. Tanto più inquietante se si considera che nel 2008 la Corte dei conti ha richiesto, con citazioni in giudizio per danno erariale, il recupero di appena 69 milioni di euro, pari ad appena l’uno per mille del costo presunto della corruzione stimata.

Il Sole 24 Ore – 12 ottobre 2013 

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