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Pubblico impiego. Contrattazione. Ai tavoli del negoziato una babele di 40 sindacati. L’accordo quadro parte con un rinvio per l’incognita sulle aree dirigenziali

Il Sole 24 Ore. La fase operativa per il rinnovo dei contratti nella Pa è partita ieri. Ma con un rinvio. Per renderlo breve, l’ipotesi è di dividere in due il lavoro: prima il personale, e solo dopo i dirigenti.

Insieme alla direttiva «madre», l’atto ufficiale che accende la macchina della contrattazione è l’accordo quadro sui comparti del personale e sulle aree dirigenziali. Serve a disegnare la mappa del pubblico impiego, indicando a chi si applicano i diversi contratti nazionali.

Il ridisegno in realtà era già stato fatto nello scorso rinnovo contrattuale, che ha attuato la riforma del 2009 con cui Renato Brunetta (ministro ora e allora) ha provato a mettere ordine nel caos negoziale della Pa, riducendo da 11 a quattro i comparti del personale e le aree dei dirigenti. Anche se alla fine i rami sono cinque, perché la presidenza del Consiglio è riuscita a mantenersi in solitudine. Ma il riordino ha decisamente mancato l’obiettivo di semplificare la rappresentanza.

Per capirlo basta scorrere l’ultimo censimento ufficiale dei sindacati della Pa, riassunti (si fa per dire) in 22 pagine di tabelle. Nell’empireo delle organizzazioni «rappresentative», che superano le soglie di iscritti e di deleghe necessarie per sedersi ai tavoli con l’Aran, ci sono 40 sigle. Nell’area dirigenziale dei ministeri bastano 286 adesioni, fra gli enti locali e nell’istruzione ne servono poco più di 500, ma il record è a Palazzo Chigi. Dove a difendere gli interessi dei 305 dirigenti ci sono 7 sigle: la maggiore conta 43 iscritti, la più piccola 8.

Il problema oggi riguarda i circa 5mila dirigenti tecnici professionali, tecnici e amministrativi della sanità (riuniti nell’acronomo Pta): si tratta di direttori amministrativi, capi del personale degli enti sanitari, che nell’ultima tornata hanno trovato casa nell’area degli enti locali. Ora dovrebbero rientrare nella sanità (lo prevede il comma 687 della legge di bilancio per il 2019), ma il sindacato di settore si oppone. Anche perché, passando dagli enti locali dove i dirigenti sono circa 10mila alla sanità dove sono 150mila (i medici hanno qualifica dirigenziale) non avrebbe i numeri per partecipare alle trattative. «Non è solo un problema, rilevante, di democrazia sindacale – ribatte Elisa Petrone, segretario generale del sindacato di settore Fedirets (1.832 adesioni nell’area) -; il punto è come la dirigenza Pta possa essere tutelata in un contratto collettivo che riguarda i medici, con uno status giuridico ed economico lontano anni luce».

Il tema, come anticipato dal Sole 24 Ore di martedì, ha tenuto banco nella riunione inaugurale di ieri mattina fra Aran e sindacati, che si è risolta appunto in un rinvio. Se ne riparlerà fra un paio di settimane, appena dopo Pasqua. O spunta un correttivo (per esempio sotto forma di emendamento al Dl sostegni) che eviti il trasloco forzato, o rischia di ripetersi lo stallo. Che potrebbe essere superato dividendo in due l’atto di indirizzo, per avviare ora il rinnovo dei contratti del personale e rinviare a tempi migliori quelli della dirigenza.

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