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Pubblico impiego, il governo riscrive le norme su assenteisti e nomine Dg. Obiettivo: intesa con Regioni entro metà 2017

Renzi Marianna Madia Chigi-lp-lrIn attesa di conoscere l’esito del referendum, che potrebbe mutare in modo considerevole i rapporti tra Stato e Regioni, il governo Renzi si interroga su come procedere per salvare alcuni dei decreti attuativi della riforma della Pubblica amministrazione, a rischio dopo che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimi quattro articoli della legge madre, ovvero la delega del 2015, accogliendo un ricorso presentato dalla Regione Veneto. In ballo ci sono tre importanti riforme, ancora recuperabili: società partecipate, la revisione del meccanismo di nomina dei dirigenti sanitari e quella del pubblico impiego, che comprende le norme già in vigore sui licenziamenti per i dipendenti assenteisti. Il salvataggio del governo si concentrerà dunque su queste riforme, suddivise in quattro differenti decreti legislativi, di cui tre già in vigore e uno ancora da scrivere.

Gli altri due testi coinvolti dagli effetti della sentenza della Corte, ossia il riordino del settore delle ex municipalizzate comunali e la più generale riforma della dirigenza pubblica, non potranno essere recuperati, in quanto nel frattempo è scaduta la delega per la loro attuazione.

I DUBBI GIURIDICI I giudici si sono espressi su un tema affrontato proprio dal referendum, ovvero le competenze in capo allo Stato centrale e alle singole Regioni. Per i giudici il governo, con l’attuazione della legge delega Madia, non ha tenuto nella giusta considerazione le prerogative degli enti territoriali in base a questo previsto dall’attuale articolo 117 della Costituzione. Per legiferare su certi temi e in modo così profondo avrebbe dovuto raggiungere un’intesa con gli enti territoriali e non un semplice parere non vincolante in sede di Conferenza Stato-Regioni, come avvenuto. Il ministero della Pa dovrà ripartire proprio da qui e la strada da percorrere è tutta in salita. La scelta sul come procedere è legata anche all’esito referendario. In caso di vittoria del sì i rapporti di forza in qualche modo potrebbero mutare, anche se le nuove regole non entreranno in vigore da subito. Il governo avrebbe qualche carta in più da giocare nella trattativa per modificare i decreti, in quanto dalla prossima legislatura le regioni avrebbero meno competenze. L’ipotesi più concreta è di intervenire sui testi già in vigore (partecipate, licenziamenti degli statali infedeli e dirigenti sanitari) con decreti secondari. I provvedimenti correttivi saranno quindi esaminati dal Parlamento e dagli enti territoriali. A quel punto dovrà essere raggiunta un’intesa in Conferenza Stato-Regioni, che comporterà il voto unanime dei governatori. I futuri decreti correttivi ritoccheranno probabilmente i decreti già in essere, andando a limare le parti più controverse e su cui oggi non c’è il beneplacito di tutti. Cosa succederà da ora fino alla definizione dei decreti correttivi non è molto chiaro. Il dipendente licenziato per assenteismo nel frattempo potrebbe fare ricorso, vincerlo e tornare al suo posto. Allo stesso tempo, però, il decreto va rispettato e il dirigente che scopre il dipendente assenteista deve procedere con il percorso sanzionatorio.

Lo stesso vale per il decreto sulle aziende partecipate dallo Stato e dagli enti locali, che punta ad eliminare circa 5mila società inutili. Non possono escludersi ricorsi da parte di quei Comuni che decideranno di opporsi. Non sarà facile uscire da questo paradosso giuridico, ma il governo sarebbe intenzionato a scrivere in tempi rapidissimi i decreti secondari rivedendo diverse norme e tentare l’accordo con le Regioni entro la metà del prossimo anno.

LA RIFORMA DELLA PA Per quanto riguarda la riforma del lavoro statale, che non è stata ancora scritta (c’è tempo fino a febbraio) sarà utilizzata esclusivamente la procedura rafforzata, ovvero l’intesa, così da evitare inciampi futuri. Contatti informali tra il ministero e i governatori ci sono stati fin dai giorni successivi della sentenza. Si inizierà probabilmente con il cosiddetto metodo Bonaccini, in uso da quando il governatore dell’Emilia Romagna presiede la conferenza delle Regioni. La ministra Marianna Madia potrebbe partecipare informalmente alla conferenza riservata alle Regioni, così come già avvenuto in passato, prima che tutta la riforma a sua firma prendesse piede. Una sorta di audizione della ministra competente, per cercare di dipanare in anticipo la matassa che dovrà essere sbrogliata nella successiva trattativa in conferenza Stato-Regioni.

Il Messaggero – 4 dicembre 2016 

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