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Pubblico impiego. Sui contratti 2,2 miliardi alla scuola, quasi 2 alla sanità e uno agli enti locali.  Al via la direttiva «madre» per i rinnovi

Il Sole 24 Ore. Ostacoli non mancano. Ma la stagione dei rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici deve superarli in fretta per non far invecchiare le promesse solenni del Patto di Palazzo Chigi.

Il ministro della Pa Renato Brunetta nelle riunioni con i suoi è stato chiaro. E ieri in Conferenza Unificata ha chiesto di far presto anche ai comitati di settore di sanità ed enti territoriali. La macchina si è accesa, e punta a mettere in fretta in strada i due apripista. Il primo è il contratto delle «Funzioni centrali», che si applica a ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici non economici e soprattutto disegna la cornice normativa in cui si muovono gli altri settori della Pa. Il secondo è quello della sanità, che deve riconoscere lo sforzo straordinario del personale nella battaglia al Covid.

L’innesco dei rinnovi contrattuali è dato dalla direttiva «madre», che inquadra le risorse e fissa i principi guida per i negoziati. Sul primo punto la bozza, che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare, calcola i fondi complessivi in 6,815 miliardi. Di questi, 3,775 sono quelli messi a disposizione dei «settori statali» (in particolare le Funzioni centrali e la scuola) dalle leggi di bilancio. In proporzione, lo stesso peso va ribaltato nei «settori non statali», che si concentrano in sanità ed enti territoriali. Per loro, secondo le cifre della direttiva ora all’esame del Mef, l’adeguamento dovrebbe valere 3,04 miliardi. Il tutto porterebbe ad un aumento del 4,07%, tradotto in una media lorda di 107 euro al mese.

Su questa base è possibile stimare la quota di risorse che toccherà ai dipendenti di ogni settore. Il primato della scuola, calcolabile in poco più di 2,1 miliardi, è dato dall’ampiezza del personale. Segue la sanità (1,6 miliardi), poi Regioni ed enti locali (poco meno di un miliardo), per chiudere con le Funzioni centrali (500 milioni).

Questa volta, però, alla sanità tocca anche un finanziamento extra, messo a disposizione dall’ultima legge di bilancio (commi 407-10 della legge 178/2010). Per i medici ci sono 500 milioni che incrementano l’indennità di esclusività dal 1° gennaio scorso. Per gli infermieri sono invece a disposizione 335 milioni che andranno distribuiti con il nuovo contratto: un’altra ragione valida per accelerare, anche per compensare una dinamica delle retribuzioni reali che negli ultimi 15 anni ha visto la sanità in coda con un aumento nominale (17,6%) inferiore all’inflazione del periodo (19,8%; Sole 24 Ore del 14 marzo).

Ma i nuovi contratti devono anche costruire le novità organizzative che nelle intenzioni del governo animano la riforma della Pa necessaria per attuare il Recovery Plan. Sul punto la direttiva prospetta la revisione dell’ordinamento professionale, con un ripensamento di «accesso e progressione di carriera» per valorizzare anche «posizioni e ruoli non dirigenziali per i quali siano richiesti più elevati livelli di autonomia e responsabilità gestionali» insieme a «più elevate competenze professionali e specialistiche».

Per queste figure, le grandi assenti nella Pa di oggi, sarà creata l’area delle «alte responsabilità». Obiettivi ambiziosi, anche sui tempi: perché la riforma degli ordinamenti dovrebbe essere accompagnata da risorse aggiuntive, che arriverebbero però con la prossima manovra.

L’altro tema su cui si concentrano le attenzioni della vigilia è lo Smart Working. Fino al termine dello stato di emergenza, al momento in calendario per il 30 aprile, vale la regola che chiede alle amministrazioni di garantire tutto il lavoro agile possibile. Ma occorre guardare al futuro, in un equilibrio da ripensare fra legge e contratti. Sul primo versante il governo vuole evitare le soglie uguali per tutti (l’ultima: il 60%) perché l’Inps non è una Asl e un Comune non è il Demanio. Ma sui principi la direttiva sui contratti è chiara. I contratti devono favorire «produttività, autonomia e responsabilità sui risultati» dei lavoratori «agili». Lo Smart Working «non può costituire un diritto soggettivo del dipendente, e la sua introduzione deve accompagnarsi alle misure di carattere organizzativo e di completamento della transizione al digitale». Il lavoro agile si potrà mescolare con quello in presenza solo quando «sussistano i necessari requisiti organizzativi e metodologici». I suoi obiettivi dovranno tendere a migliorare «i livelli di efficienza e di efficacia dei servizi e della motivazione dei lavoratori». E, soprattutto, dovranno essere obiettivi misurabili.

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