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Pulizia sul Recovery Plan. Il governo taglia subito 14 miliardi di progetti. Partita al Mef la cabina di regia del nuovo Piano. Nella prima revisione saltano le iniziative senza copertura finanziaria

Repubblica — Scatta l’operazione-pulizia del Recovery Plan. Dal primo giro di orizzonte del gruppo di lavoro di Via Venti Settembre che, secondo le indicazioni del presidente del Consiglio Draghi, dovrà «approfondire», «completare» e «rafforzare la dimensione strategica » del Recovery Plan lasciato in eredità del precedente governo, è emersa l’intenzione di tagliare 14 miliardi di progetti.
Si tratta di iniziative inserite, nella convulsa fase finale, per cautela contabile ma anche per far fronte alle massicce richieste della maggioranza e dei ministri. In pratica una sorta di overbooking di progetti, concepiti dal Conte 2 nell’ipotesi che la Commissione europea potesse bocciare alcune proposte italiane oppure che si aprisse la possibilità di un finanziamento con partecipazione dei privati con conseguente necessità di piani pronti all’uso. La manovra verrà invece accantonata, per pulizia contabile, e dunque l’entità dei progetti, che erano stati fissati a quota 223,9 miliardi, torna ad essere allineata alle risorse a quota 209,5 da spendere lungo il periodo stabilito di sei anni (anche se il 70 per cento dei trasferimenti va impegnato entro il 2022).
Si evita così il rischio, avanzato dai servizi Bilancio di Camera e Senato e anche dall’Ufficio parlamentare di bilancio, che in caso di approvazione totale dei progetti da parte di Bruxelles o mancato funzionamento dell’effetto leva si aprisse un buco nei conti pubblici già da quest’anno. Il governo si sarebbe infatti dovuto impegnare per 14,4 miliardi di iniziative che, in mancanza di fondi europei, sarebbero rimasti scoperti e di conseguenza avrebbero dovuto trovare copertura in deficit nelle casse dello Stato.
Il gruppo di lavoro, che ha cominciato a vedersi, è assai asciutto come ci si aspettava. Istituzionalmente ci sono il Ragioniere generale Biagio Mazzotta, il direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera e il capo della segreteria tecnica del ministro (potrebbe anche rimanere Federico Giammusso). Il coordinatore del tavolo sarà Carmine Di Nuzzo, ispettore della Ragioneria generale che gode della fiducia del ministro con il quale ha lavorato per i sette anni di impegno al Tesoro. Naturalmente nei ruoli operativi arriva la squadra di economisti senior e junior proveniente da Bankitalia.
La missione dei tecnici “incardinati” al Tesoro, che dovranno consegnare la nuova bozza del Recovery Plan per aprile, è anche quella di aprire una rapida interlocuzione, guidata dal ministro dell’Economia Daniele Franco, con i nuovi ministri arrivati nel governo Draghi per tenere conto anche delle loro proposte. Tra i dicasteri interessati: Transizione ecologica, Innovazione tecnologica, Sviluppo, Lavoro, Istruzione e Politiche giovanili, solo per citare i più importanti.
Gli occhi sono ora puntati sulla «rimodulazione in base agli obiettivi di finanza pubblica» di alcune partite, cui ha fatto cenno il premier nel suo discorso per la fiducia al Senato. Su questo aspetto non è stata ancora presa una decisione, né stabilita una modalità, ma una rimodulazione dei progetti in base agli obiettivi strategici del programma potrebbe portare anche ad un utilizzo completo delle sovvenzioni, per circa 82 miliardi, ed una rimodulazione dei fondi a prestito spalmandoli in base agli obiettivi pluriennali di deficit. Le sei missioni del Recovery verranno confermate, con attenzione a fonti rinnovabili, alta velocità, auto elettrica, idrogeno, digitalizzazione e 5G. Soprattutto si lavora alle riforme (fisco, pubblica amministrazione, giustizia). Su questo punto i tecnici sono impegnati a colmare la parte carente del piano: cronoprogramma, specificazione degli obiettivi, stima dei costi e la quota da finanziare con prestiti.
Rafforzamento anche sul fronte del lavoro. Dove, oltre alla riforma degli ammortizzatori sociali, accennata nelle bozze, si punta alla definizione di specifici progetti di riforma sul campo dell’inclusione sociale e delle politiche attive del lavoro. Soprattutto c’è attenzione sugli strumenti che serviranno per riorganizzare il sistema produttivo nella fase di uscita dalla pandemia: dall’assegno di ricollocazione, alla formazione, ai contratti di espansione.

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