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“Le aziende che licenziano possono guadagnare 13mila euro”. Possibili effetti distorsivi del combinato Jobs Act e legge di stabilità

Per il sindacato Uil, il combinato disposto della riforma dei contratti e dei licenziamenti – contenuta nel Jobs Act – e degli sgravi alle assunzioni – della Stabilità – potrebbe essere usata in modo distorsivo dalle imprese. Il rischio è che i neo-assunti vengano poi licenziati prima della stabilizzazione prevista dalle tutele crescenti

ll combinato disposto tra il nuovo contratto previsto dal Jobs Act e l’incentivo all’assunzione, inserito nella Legge di Stabilità, potrebbe creare un meccanismo perverso per il quale le aziende avrebbero un vantaggio economico a licenziare prima che scatti la stabilizzazione programmata dal contratto a tutele crescenti. A suonare l’allarme è uno studio della Uil, secondo cui un’azienda che nel 2015 assume un lavoratore, e lo licenzia a fine anno, potrà beneficiare di un ‘saldo’ positivo di circa 4.392 euro medi che schizzerebbero a 13.190 euro se venisse invece licenziato dopo 3 anni. Esattamente il contrario, cioè, di quell’operazione di ‘stimolo’ all’occupazione stabile sbandierata con il Jobs Act.

Tutto si gioca, dice il sindacato, sulla differenza tra la decontribuzione per le nuove assunzioni, di cui beneficia l’azienda, e le nuove regole sull’indennizzo che spetta al lavoratore in caso di licenziamento e che, stando alle ultime indiscrezioni circa la riscrittura dell’articolo 18, si aggirerebbe su una mensilità e mezza. Indiscrezioni che però devono ancora trovare concretezza nei decreti attuativi della delega sulla riforma del lavoro, i passaggi che dovranno dare i contorni precisi dell’attivazione del reintegro per i licenziamenti illegittimi o la quantificazione degli indennizzi.

Stando alla simulazione messa a punto dal segretario confederale Guglielmo Loy, di cui dà conto l’Adnkronos e che è stata presentata ai quadri Uil di Rieti in vista dello sciopero generale del 12 dicembre, infatti, per uno stipendio medio di 22 mila euro lordi/anno (1.692 euro lordi/mese), la decontribuzione sgraverebbe l’azienda di circa 6.390 euro. Se il lavoratore venisse licenziato a fine anno l’indennizzo, e perciò il costo per l’azienda, si aggirerebbe intorno ai 2.538 euro lordi: il ‘saldo’ per l’impresa dunque sarebbe positivo per 4.390 euro. Un vantaggio che aumenterebbe, stima ancora la Uil, se il lavoratore, sempre assunto il 1 gennaio 2015, venisse invece licenziato nel terzo anno: i benefici fiscali per l’azienda, su un reddito di 22 mila euro, ammonterebbero a circa 20.790 euro mentre il costo dell’indennizzo sarebbe di 7.600 euro lordi, con un ‘vantaggio’ per l’impresa di 13.190 euro.

 “La scelta del Governo non ci sembra proprio geniale: si tolgono diritti ai lavoratori mentre si premiano tutte le imprese , anche quelle che licenziano o che non investono, e il risultato è un economia stagnante e un tasso di disoccupazione sempre alto”, spiega ancora Loy, che punta il dito contro “l’aiuto indiscriminato alle imprese” da parte del governo che invece ha scelto “di penalizzare il lavoro dipendente”.

Il Parlamento, aggiunge, “è ancora in tempo per correggere la legge di stabilità che non opera come ‘stimolo’ ad assumere maggiormente ma, semplicemente, sgrava le imprese da costi senza assicurare che si raggiunga l’obiettivo principale: creare nuova e buona occupazione”, conclude Loy.

Repubblica – 7 dicembre 2014 

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