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“Medici, specializzati e precari. Così la Regione ci sfrutta”

In scadenza 250 contratti in un grande ospedale romano “Abbiamo tutti i doveri ma nessun diritto in reparti d’emergenza di secondo livello”

Immaginate di dover essere operati al cervello da precari che nell’ultimo mese abbiano guadagnato 550 euro e che tra qualche giorno perderanno anche il contratto co.co.co con cui lavorano da anni nel reparto più rischioso di uno degli ospedali più importanti d’Italia. Immaginate di dover andare in un ospedale dove buona parte dei medici che vi curano siano costretti a lavorare con contratti rinnovati di sei mesi in sei mesi o al massimo a un anno, lontani da qualsiasi forma di stabilizzazione, costretti a pietire proroghe su proroghe. Immaginate che una delle più grandi realtà ospedaliere del Paese e di Roma abbia in molti reparti un’altissima percentuale di personale medico in stato di precarietà assoluta e, siccome quest’anno le scadenze dei contratti non sono scaglionate, ci sia il rischio di non avere medici a sufficienza nei dipartimenti di emergenza. “Non voglio rivelare il mio cognome nè il nome del nosocomio, tra l’altro ce ne sono tanti in queste condizioni, perché spero mi rinnovino il contratto che il 31 scadrà – dice Giovanna, medico anestesista – ma non possiamo continuare a lavorare a queste condizioni in silenzio. Almeno vogliamo che l’opinione pubblica se ne renda conto”. Trentacinque anni, precaria da sempre, l’anestesista che la settimana scorsa andò a Servizio Pubblico per denunciare la fine della “precaria stabilità” di 250 medici del suo ospedale, ci spiega che non si è ancora mosso nulla. Finora non è arrivata la tanto attesa proroga . “La Regione non ci ha mandato alcun avviso di rinnovo e, considerato che ormai mancano solo quattro giorni alla scadenza, questa volta credo proprio rimarremo disoccupati senza appello mentre l’ospedale potrebbe trovarsi senza personale, per giunta nei reparti di urgenza”.

È LOGORANTE aspettare mesi per il rinnovo e nel frattempo continuare a lavorare con serenità. “Abbiamo tutti i doveri ma nessun diritto e dobbiamo assumerci tutti i rischi della professione in un Dea per giunta di secondo livello”. I Dea – dipartimenti di emergenza e accettazione – di secondo livello posseggono apparecchiature sofisticate e personale altamente specializzato, pertanto hanno un maggior bacino d’utenza e accolgono anche i pazienti più gravi smistati da altri ospedali. “Tra l’altro per i precari come me è ancora più fondamentale avere un’assicurazione contro i rischi del mestiere. Ogni anno sborso la bellezza di 2500 euro, non ci sono sconti per noi che guadagniamo molto meno degli assunti. L’anno scorso ero di turno a Capodanno con una collega assunta: lei alla fine del mese ha guadagnato circa 3mila euro, più la tredicesima, io 1200 euro”. Il contratto da co.co.co non solo non prevede ferie, tredicesima, scatti di anzianità, maternità e tutti gli altri diritti del contratto a tempo indeterminato e in parte anche determinato ma “se dovessero indire un concorso pubblico – l’ ultimo è stato circa 10 anni fa – chi come me ha lavorato sempre con il co.co.co sarebbe equiparato a un medico che ha appena fatto la specializzazione e dunque con pochissima esperienza. Oltre il danno anche la beffa”. Se questi medici sono precari, non significa che non lavorino. Tutto si può dire ma non che non abbiano maturato un’esperienza sul campo. “Nel reparto siamo 9 quando dovremmo essere 17 e tra poco, se non rinnoveranno i contratti a tempo determinato e i co.co.co, rimarranno 5 medici. Abbiamo due turni di guardia da 12 ore: dalle 8 alle 20 e dalle 20 alle 8 del mattino, in media facciamo due notti a settimana. Se lavoriamo più delle 38 ore mensili previste dal contratto, e accade praticamente sempre, non abbiamo dirittto agli straordinari. Ma la cosa ancora più incredibile è che se ci rifiutiamo di lavorare possiamo essere denunciati per interruzione di pubblico servizio. Evenienza che si viene a creare anche quando veniamo inseriti nei turni di guardia nonostante il nostro contratto sia già scaduto”. Giovanna guadagna in media 2000 euro netti al mese ma a novembre ha percepito 550 euro. “Mi sono state già decurtate le addizionali per il 2012 e il conguaglio fiscale perché il sistema informatico ha percepito l’interruzione del contratto. È pazzesco: non avrò il lavoro e quindi i soldi per mangiare e per l’affitto ma le tasse, proprio per questo, mi vengono fatte pagare in anticipo. Non posso che constatare che la Regione e lo Stato mi vogliono strangolare”.

Il Fatto Quotidiano di mercoledì 28 dicembre 2011

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