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Quelle liberalizzazioni d’autorità che non aiutano il mercato

Aumentare il numero delle licenze, regalandone una seconda per compensare l’aumento, non è la liberalizzazione dei tassì, ma la perpetuazione di un doppio vizio, europeo e nazionale.

Vizio europeo: il perseguimento della concorrenza per via amministrativa e autoritativa che, di fatto, la nega. Una contraddizione che conferma il carattere dirigista dell’Europa e il potere regolatore dei burocrati di Bruxelles. Vizio nazionale: l’abdicazione, da parte del Parlamento e del governo, alla propria funzione di indirizzo e di direzione; la delega agli Enti locali (i Comuni) a individuare forme di mediazione con la corporazione, foriere di clientelismi e di corruzione. Analoghe considerazioni valgono per l’aumento del numero delle farmacie, l’allargamento della platea dei notai, nonché per la definizione delle prerogative, anche economiche, di certe professioni le cui prestazioni sarebbe più proficuo lasciare alla libera contrattazione con la clientela. I tassisti hanno ragione di lamentarsi dell’aumento per via amministrativa e autoritativa delle licenze perché: i) svaluta il valore di quella comprata dal collega che l’ha dismessa, e che rappresenta, oggi, una forma di assicurazione per la vecchiaia; 2) minaccia i loro guadagni per eccesso di auto sul territorio; 3) i clienti non ne hanno alcun beneficio se a fissare le tariffe, i turni di lavoro e il numero di tassì in circolazione rimane la Pubblica amministrazione. I tassisti hanno torto se si oppongono alla sola liberalizzazione che ne tutelerebbe l’autonomia e accrescerebbe la concorrenza: la periodica messa all’asta (vendita), da parte dei Comuni, di un certo numero di licenze nonché di quelle dei tassisti che si vogliono liberare della propria. La Pubblica amministrazione ne trarrebbe un beneficio non solo economico, ma anche fiscale (la compravendita delle licenze fra privati non sarebbe possibile eludendo il Fisco); a presiedere alla professione non sarebbe più l’appartenenza a una corporazione paramonopolistica, garantita dalla mano pubblica, bensì la logica del rischio d’impresa. Poiché si tratterebbe pur sempre di un servizio pubblico, Comuni e tassisti dovrebbero individuare assieme tariffe flessibili, variabili nel tempo, secondo le indicazioni del mercato; spetterebbe all’Autorità per la concorrenza vigilare contro la nascita di monopoli a seguito dell’acquisto in massa di licenze da parte di gruppi privati. In buona sostanza, sarebbe il mercato delle licenze — in quanto riflesso della domanda dell’utenza — a determinare il numero di tassì in circolazione e persino le loro tariffe. Le misure che si vogliono adottare anche in altri settori perpetuano, in realtà, l’equivoco che le decisioni tecniche siano politicamente neutrali, mentre sono sempre l’indotto di «una certa idea di società». Il governo, con le liberalizzazioni così concepite, estende, infatti, ulteriormente la mano pubblica sull’economia nazionale, riduce la sfera di autonomia della società civile, invade — con certe misure anti-evasione — quella degli stili di vita dei singoli individui senza produrre né più mercato né crescita. È uno dei tanti casi di eterogenesi dei fini prodotti dalla cultura politica statalista del Novecento totalitario e dall’adozione di mezzi tecnici inadeguati che hanno paralizzato il Paese e ne hanno rallentato, fino a fermarla, la crescita. Analizzare realisticamente il contenuto delle singole liberalizzazioni, non tanto a tutela delle corporazioni interessate, ma nella prospettiva di una «società aperta», non è negarne necessità e importanza. Anzi. È evitare che si riducano a una formula retorica per cambiare qualcosa affinché tutto rimanga come prima e/o in vista di una nuova involuzione verso una società diversa — e ancor meno liberale di quella esistente — da quella che la parola liberalizzazione promette.

Corriere.it – 16 gennaio 2012

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