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Quota «100», a fine marzo già metà platea attesa nel 2019. Oltre 20mila domande a settimana: nella scuola verso 45mila cattedre vuote

sole 24 ore. Alla velocità attuale, ovvero oltre 20mila domande di pensionamento anticipato con “quota 100” la settimana, quando il decretone sarà definitivamente convertito in legge, a fine marzo, è lecito aspettarsi di aver toccato il traguardo delle 150mila. È più della metà di quanto si aspettava il Governo per quest’anno, ipotizzando una propensione al pensionamento pari all’85% degli aventi diritto del settore privato e del 70% per gli statali. La metà del potenziale raggiunto in soli due mesi.
Stando ai dati comunicati ieri da Inps le domande attuali (ore 16,00 di ieri; ndr) sono 73.805. Di queste, 20.136 sono arrivate da donne e 53.669 da uomini. Quanto all’età, invece, 24.649 sono state presentate da persone fino a 63 anni, 34.281 da chi ha tra 63 e 65 anni e 14.875 da over65. Oggi è l’ultimo giorno utile per la presentazione della domanda di pensionamento da parte del personale della scuola che intende ritirarsi il 1° settembre prossimo. L’ultimo dato utile sul comparto è di 15.234 istanze presentate, di cui 12.157 presentate da professori. Numeri che si aggiungono ai 27mila docenti e Ata che hanno già utilizzato la finestra ordinaria (entro il 12 dicembre) sulla base dei requisiti generali validi fino al 2018. Secondo il ministero dell’Istruzione per il prossimo anno scolastico potrebbero esserci circa 45mila cattedre vuote da riempire.
Come andrà a finire questa lunga e velocissima corsa verso il pensionamento anticipato con le nuove regole in sperimentazione, lo ricordiamo, fino al 2021? E quali maggiori spese effettivamente può innescare? Dare una risposta oggi è prematuro. Bisogna sapere innanzitutto quante pensioni “quota 100” entreranno effettivamente in pagamento (e con quale importo medio) da lunedì 1° aprile. Vale solo ricordare che sull’ipotesi di 290mila nuove pensioni quest’anno è stata impegnata una maggiore spesa per 3,7 miliardi, che salgono a 7,8 l’anno prossimo e a 8,3 nel 2021, anno di fine sperimentazione, con la promessa del Governo di aver realizzato circa un milione di maggiori pensionamenti complessivi, se oltre ai quotisti si considerano anche coloro che andranno in quiescenza prima grazie all’anticipo mantenuto a 42 anni e 10 mesi a prescindere dall’età (41 e 10 se donne), e chi coglierà le opportunità date dal cumulo e dalle proroghe di “opzione donna” e l’Ape sociale. Ma il consuntivo su quel milione di pensionati è lontano.
Dopo aprile farà invece notizia il primo monitoraggio sulla maggiore spesa innescata, anche in chiave prospettica, come previsto dalle norme della legge di Bilancio. Allora avremo un primo riscontro sull’adeguatezza del budget messo in campo per “quota 100” o se il governo dovrà invece cominciare a ponderare l’ipotesi prevista dalla legge di Bilancio: utilizzare come “vasi comunicanti” i fondi stanziati per “quota 100” e quelli per il reddito di cittadinanza. Su questa prima verifica di spesa saranno naturalmente puntati i riflettori della Commissione europea, che nel country report di ieri ha esternato tutte le sue preoccupazioni sul costo delle nuove regole di pensionamento. Il ministro Giovanni Tria ieri ha spiegato che alla riunione Ecofin non si è parlato di “quota 100” e reddito di cittadinanza aggiungendo che le nuove norme sono garantite nell’evoluzione dei saldi di bilancio e del rapporto deficit-Pil «che sono stati ritenuti soddisfare la compliance con le regole fiscali». Insomma, per ora tutto sembra sotto controllo. Anche se in meno di un mese “quota 100” e le altre flessibilità prorogate e ampliate hanno dato risultati ben superiori a quelli raggiunti in due anni dalle “flessibilità selettive” dei governi Gentiloni e Renzi: Ape sociale e le altre norme, in 24 mesi, non hanno generato più di 60mila nuovi pensionamenti anticipati.

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