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Quote latte, l’Italia rischia una multa miliardaria. Non versati 1,7 miliardi di euro, deciderà la Corte di giustizia dell’Ue

corte giust ueAdesso è il momento della verità. La Corte di giustizia europea ha avviato la causa che vede di fronte Italia e Commissione Ue sulla questione delle quote latte e il mancato recupero delle multe a carico dei produttori che hanno immesso sul mercato più del dovuto. Per le autorità nazionali il problema era stato risolto nel 2009, ma non per le istituzioni comunitarie. Secondo Bruxelles mancano all’appello 1,7 miliardi di euro, e ne ha chiesto il pagamento già nel 2013. Le due parti sono andate ciascuna per la propria strada, e il risultato è il procedimento che si è aperto ieri e che dirà se siamo in regola oppure no. E se non lo siamo, allora saranno multe. Le «quote latte» sono un’eredità del secolo scorso. Per risolvere il problemi di sovraccapacità nel mercato lattiero-caseario tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, nel 1984 la Commissione Ue introdusse il regime dei tetti, scaduto il 31 marzo 2015.

Ogni Paese aveva un quantitativo massimo di produzione annua. In caso di sforamento, si doveva applicare un prelievo monetario sulle eccedenze, che i singoli produttori dovevano pagare e che i governi dovevano riscuotere.

Qualcosa, in Italia, non ha funzionato: dal 1995 al 2009 si è munto sempre più del consentito, con sovrapproduzioni che hanno generato penalità per 2,3 miliardi di euro. Il recupero di tale somma, però, non ci fu. Nel 2009 l’allora ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, concesse sul piano interno la rateizzazione dei pagamenti delle multe, e ottenne dall’Europa la possibilità di aumentare il tetto di produzione per l’Italia del 5% in un solo anno, invece che dell’1% l’anno come per gli altri Paesi. Misure che si pensavano risolutive: si evitava da una parte un pagamento in un’unica soluzione che avrebbe potuto mettere in difficoltà il settore, e si rispettavano dall’altra parte le disposizioni comunitarie evitando nuovi sforamenti. Zaia ottenne persino che Equitalia non avesse il potere di riscossione nei confronti della aziende. Sembrava fatta, ma non fu così.

A quanto pare senza pressioni delle autorità responsabili della riscossione i pagamenti non avvennero. La Commissione contesta una raccolta parziale delle multe. Mancano all’appello 1,7 miliardi, motivo del contenzioso nato nel 2013, quando Bruxelles avviò la procedura d’infrazione.

Ora i nodi vengono al pettine. Se la Corte di giustizia dell’Ue dovesse dare ragione alla Commissione, la multa rischia però di essere salata. E la storia delle quote si concluderà con un triste finale.

Prima udienza alla Corte di giustizia contro l’Italia per il mancato recupero delle multe

Mentre gli allevatori italiani faticano a trovare una via d’uscita dal dopo-quote e a sopravvivere su un mercato con prezzi ai minimi da 15 anni, gli strascichi del vecchio regime continuano a farsi sentire. E al danno della deregulation potrebbe ora aggiungersi la beffa di una nuova, salatissima multa. Ieri la Corte di giustizia Ue ha comunicato formalmente l’avvio della causa contro l’Italia «per il mancato recupero del prelievo supplementare dai produttori». Tradotto: lo Stato italiano, dopo aver pagato a Bruxelles le multe per conto degli allevatori che negli anni dal 1995 al 2009 hanno regolarmente sforato la propria quota, rischia ulteriori pesanti sanzioni Ue per non aver mai recuperato quei soldi.

La Commissione europea, che ha portato l’Italia davanti alla Corte di giustizia dando il via alla procedura d’infrazione nel 2013, stima che, a fronte di un importo complessivo di oltre 2,3 miliardi di multe, circa 1,75 miliardi non siano ancora stati rimborsati dai singoli produttori che hanno materialmente commesso le violazioni. «Parte di questo importo sembra considerato perso – sottolinea la stessa Corte Ue dove giovedì scorso si è tenuta la prima udienza – o rientra in un piano a tappe di 14 anni». Per Bruxelles restano comunque da recuperare oltre 1,34 miliardi. Il «piano a tappe» al quale si riferisce la magistratura comunitaria altro non sono che le due famigerate rateizzazioni concesse prima dall’allora ministro delle Politiche agricole Alemanno (con l’Ecofin ostaggio di Tremonti in attesa del via libera) e poi, alcuni anni dopo, dal leghista Zaia.

Due prove di sanatoria, anche a condizioni molto vantaggiose, che non sono riuscite però a convincere gli allevatori a mettersi in regola. In realtà la gran parte dei produttori ha pagato, ma a rimanere fuori sono stati i big con gli arretrati più pesanti. La Coldiretti ricorda che le pendenze riguardano «appena duemila produttori con 600 di loro che devono pagare somme superiori a 300mila euro. Un comportamento che mette a rischio le casse dello Stato e fa concorrenza sleale alla stragrande maggioranza dei 33mila allevatori italiani che sono costretti ad affrontare una drammatica situazione di mercato».

E comunque alla fine, tra polemiche, rimpalli politici, stop and go della magistratura, il conto è stato scaricato sull’intera platea dei contribuenti italiani. Si stima infatti che a ogni cittadino siano stati prelevati 70 euro per coprire le inadempienze degli splafonatori. E anche l’ultimo invio di cartelle, annunciato nel 2015, da Agea a 1455 produttori per un importo di 422 milioni si è rivelato l’ennesimo flop. A nulla sono valsi i continui richiami della Corte dei conti che in una serie di successive delibere ha denunciato confusione della normativa, delle procedure, delle competenze e delle responsabilità dei soggetti investiti e l’incertezza dei dati produttivi. In una parola una malagestione che non solo ha portato alla violazione delle regole europee ma ha alterato anche la libera concorrenza tra i produttori. Oltre a provocare un danno erariale. Secondo i magistrati contabili «questo modo di procedere consente di mantenere sommerso un debito a carico del bilancio dello Stato». Mentre il recupero delle somme, con le procedure esecutive, sembra sempre più un miraggio e alla fine non potrà che essere la fiscalità generale a farsi carico dell’onere.

La Stampa e Il Sole 24 Ore – 11 settembre 2016

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