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Ranieri Guerra: “Tanti i morti. Questa nuova ondata è stata così violenta perché il Covid è mutato e si trasmette con più rapidità”

I vaccini contro il Covid? Per Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell’Oms e membro del Cts, non esistono ancora. «Quando saranno registrati dalle agenzie regolatorie li chiameremo così. Fino a quel momento sono solo candidati vaccini». I dati sulla loro efficacia diffusi con i comunicati stampa vanno accolti con cautela. «Quando i candidati saranno registrati dalle autorità regolatorie, avremo accesso anche ai dati di sperimentazione».
La seconda ondata, almeno, ha superato il suo picco?
«Calma. I casi stanno decelerando, ma la curva non ha iniziato a scendere. Servono molti “se” prima di vedere un calo dei contagi nei prossimi giorni. Se continuiamo a gestire la situazione come negli ultimi 15 giorni e mantenere la disciplina, se evitiamo di fare gli scemi come in estate e se permane la pace politica e amministrativa raggiunta tra i vari livelli dell’ordinamento, vedremo presto la flessione della curva».
I morti hanno quasi raggiunto i numeri della primavera. Non è vero allora che le cure sono migliorate?
«I morti di oggi sono il riflesso dei contagi di dieci giorni fa. Ci vorrà tempo prima che il loro numero cali.
Poi potremo iniziare a parlare di riapertura. Ma con cautela, dopo l’esperienza del passato. Se avremo una terza ondata o vari piccoli marosi dipenderà da noi. Sui decessi siamo quasi al livello della primavera, ma a fronte di contagi molto più numerosi. Quindi sì, la letalità è nettamente diminuita. Sappiamo trattare meglio i malati anche se non abbiamo una cura decisiva».
Lo screening di Bolzano ha dato l’1% di asintomatici. Se fosse così in tutta Italia avremmo più di mezzo milione di casi sommersi?
«E quell’1% è emerso a Bolzano. In un’area metropolitana cosa vedremmo? Non sappiamo quanti siano i casi sommersi, ma è possibile che la stima arrivi a quei livelli».
Per il Natale possiamo sperare in una curva dei contagi in calo?
«Il messaggio resta chiaro, Natale con i tuoi, e capodanno pure. Non possiamo sacrificare ancora una volta i risultati ottenuti con sangue, sudore e lacrime».
L’impressione in realtà è che nessun paese sia riuscito a gestire questa seconda ondata.
«Ha colpito tutta Europa. Ci sono stati qualche giorno di differenza fra i paesi e qualche scalino nei numeri.
Ma tutti siamo stati invasi».
C’entra la mutazione D614G che ha reso il virus più contagioso?
«È stata probabilmente la causa della violenza della seconda ondata. Il coronavirus mutato si trasmette a una rapidità che ci lascia attoniti. La mutazione a febbraio si stava affacciando in Italia. Ora è diventata prevalente proprio perché offre al virus un vantaggio competitivo, con la sua velocità di propagazione».
Alla terza ondata arriveremo finalmente più preparati?
«Tra la prima e la seconda ondata abbiamo migliorato gli ospedali e la raccolta dei dati. Manca da rafforzare l’aspetto della medicina territoriale».
Gli ospedali stanno reggendo?
«Non sono stati travolti come nella prima ondata. Anche il Sud ha avuto il tempo di attrezzarsi. Pensiamo a cosa sarebbe successo se durante la prima ondata tutta Italia fosse stata colpita con l’intensità del Nord».
Promuove anche la gestione delle scuole?
«Non mi pare che siano state travolte. Ci stiamo rendendo conto che i ragazzi sopra ai 10 anni si contagiano e contagiano in modo simile agli adulti, ma al di sotto di quell’età la trasmissione è ridotta. Fino alle elementari bisogna sforzarsi di tenere aperte le aule. Per i più grandi non basta mettere in sicurezza le scuole. Bisogna farlo anche per quel che avviene prima dell’ingresso e dopo l’uscita».
Per la medicina del territorio quale può essere la soluzione?
«La medicina generale è stata assente nella prima ondata. Ora occorre che faccia di tutto per continuare a dare la propria assistenza. Mi rendo conto che si tratta di una medicina convenzionata con logiche diverse rispetto a quella dipendente, e che i professionisti devono essere equipaggiati e sostenuti. Ma ora mi aspetto una stagione di confronto, che traghetti la medicina generale, per i prossimi 5-10 anni, verso uno scenario di più ampio respiro».

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