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Rapporto Istat 2014: “SSN in bilico tra vincoli di spesa e qualità”. 11,1% italiani rinuncia a curarsi per motivi economici o per le liste d’attesa

Presentato ieri il tradizionale Rapporto annuale dell’Istituto. Ampio spazio dedicato alla sanità ed emerge un quadro preoccupante per il diritto alle cure. Più di 11 italiani su cento (13,2% donne e 15% al Sud) hanno infatti dichiarato di aver rinunciato alle cure (accertamenti o visite specialistiche non odontoiatriche, interventi chirurgici o acquisto di farmaci). 

Il Sistema sanitario nazionale (Ssn) nel corso degli anni ha dovuto mantenere  un difficile equilibrio tra i vincoli di spesa e l’efficacia della sua azione. Anche se il Sistema  sanitario pubblico ha migliorato notevolmente il suo livello di accountability,  come si evince dalla riduzione del debito accumulato nel corso degli anni. L’analisi è contenuta nel Rapporto annuale dell’Istat che dedica ampio spazio alla sanità nel capitolo 4.

Inoltre – sottonena l’Istat – l’aumento costante della sopravvivenza e la sostanziale stabilità dell’incidenza  della cronicità grave, testimoniano che l’attività di assistenza e cura svolta dal  Ssn ha conseguito esiti soddisfacenti, nonostante i forti tagli apportati. Gli aspetti  ancora problematici si riscontrano sul fronte dell’equità, per la quale gli indicatori  segnalano persistenti divari di genere, sociali e territoriali, sia in termini di esiti di  salute sia di accessibilità delle cure.

Per l’Istat è indubbio che va destinata attenzione alle conseguenze della  riduzione della spesa sanitaria pubblica e alle difficoltà dimostrate dalle famiglie  a far fronte con risorse proprie alle cure sanitarie. Un indicatore importante al  riguardo è costituito dalle rinunce alle cure. Nel 2012, la quota di cittadini che ha rinunciato alle cure si attesta all’11,1 per cento, in maggioranza donne (13,2  per cento, uomini 9,0 per cento); a livello territoriale la quota è più elevata nel  Mezzogiorno (14,8 per cento).

L’incremento costante degli anziani fa aumentare la fascia di popolazione più esposta a problemi di salute di natura cronico-degenerativa. Oltre la metà della popolazione ultrasettantacinquenne soffre di patologie croniche gravi. In particolare, nella classe di età 65-69 anni e 75 e oltre, le donne che soffrono di almeno una cronicità grave rappresentano, rispettivamente, il 28 e il 51%.

Il diabete, i tumori, l’Alzheimer e le demenze senili sono le patologie che mostrano una dinamica in evidente crescita rispetto al passato. Gli uomini soffrono di almeno una cronicità grave nel 36% dei casi nella classe di età 65-69 e nel 57% tra quelli ultrasettantacinquenni.

La dinamica della cronicità grave è dovuta all’invecchiamento. Se depurato dall’effetto dovuto all’incremento del contingente di persone anziane, il tasso resta infatti stabile (14,6% nel 2005 contro 14,9 nel 2012), con differenze di genere a sfavore degli uomini (16% contro 13,9% delle donne).

Nel 2012, la spesa sanitaria pubblica è pari a circa 111 miliardi di euro, inferiore di circa l’1% rispetto al 2011 e dell’1,5% in confronto al 2010. Durante la crisi, dal 2008 al 2011, le prestazioni a carico del settore pubblico si sono ridotte, compensate da quelle del settore privato a carico dei cittadini. Infatti, il valore della produzione pubblica (valutata a prezzi 2005) è rimasto invariato, mentre quello del settore privato è cresciuto dell’1,7%.

Nel settore della sanità pubblica diminuisce il deficit della Aziende sanitarie, migliora l’appropriatezza organizzativa e clinica, ma persistono le disuguaglianze di salute e di accessibilità alle cure.

Lo svantaggio del Mezzogiorno è strutturale, le condizioni di salute sono peggiori rispetto al resto del Paese. La speranza di vita è di 79 anni per gli uomini e 83,7 anni per le donne.(nel Nord rispettivamente 79,9 e 84,8 anni). La prevalenza di cronicità grave, al netto della struttura per età, si attesta al 16,1%, contro il 14,2% registrato nel Nord del Paese.

Anche i divari socio-economici sono strutturali. Nel 2012 le persone di 65 anni e oltre con risorse economiche scarse o insufficienti dichiarano di stare male o molto male nel 30,2% dei casi contro il 14,8% di chi ha risorse economiche ottime o adeguate. Il rischio di cronicità grave è più elevato tra le classi sociali più modeste: chi ha una condizione economica familiare scarsa o insufficiente ha un rischio di 1,6 volte superiore alla famiglia con risorse economiche ottime o adeguate.

Nel 2012 l’11,1% dei cittadini dichiara di aver rinunciato alle cure (accertamenti o visite specialistiche non odontoiatriche, interventi chirurgici o acquisto di farmaci). Tale quota sale al 13,2% fra le donne mentre a livello territoriale è più elevata nel Mezzogiorno (15% circa).

L’accessibilità alle cure sanitarie è più difficile per chi ha risorse economiche scarse o inadeguate. Nel 50,4% dei casi, chi rinuncia ad una prestazione sanitaria lo fa per motivi economici, nel 32,4% a causa delle liste di attesa o eccessiva distanza dalle strutture.

Queste evidenze – sottolinea l’Istat – prospettano per il futuro un aumento della pressione sul Sistema sanitario nazionale, dovuto all’incremento di persone bisognose di cure e assistenza. Proiettando, infatti, il rischio di soffrire di almeno una patologia cronica grave sulla struttura per età della popolazione prevista per i prossimi venti anni, ci si attende una prevalenza di cronici gravi superiore al 20 per cento nel 2024 e oltre il 22 per cento per il 2034, attualmente tale quota è al 15 per cento.

 Inoltre, continua a essere rilevante il problema delle disuguaglianze sociali nella salute. In particolare, le persone di 65 anni e oltre, con risorse economiche scarse o insufficienti, che dichiarano di stare male o molto male, sono nel 2012 il 30,2 per cento (28,6 per cento nel 2005), contro il 14,8 per cento di chi dichiara risorse ottime o adeguate (16,5 per cento nel 2005). Tra queste, sono gli anziani del Mezzogiorno il gruppo di popolazione più vulnerabile.

Qs – Fonte: Rapporto annuale Istat 2014 – 29 maggio 2014 

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