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Pensioni. In Italia la spesa-Pil sale al 16,2% nel 2044. L’uscita bloccata a 67 anni fino al 2022. Assegni d’oro, sulla stretta confronto aperto Lega-M5S

Da gennaio 2019 di fatto per andare in pensione servirà lavorare cinque mesi in più. L’età per lasciare il lavoro infatti verrà alzata a 67 anni. Ma dopo questo adeguamento di fatto ci sarà una sosta lunga ben quattro anni. Di fatto, secondo le stime della Ragioneria dello Stato, dopo lo scatto di gennaio prossimo non ci sarà un nuovo adeguamento per il 2021. Si registrerà invece una impennata dell’età negli anni successivi con quota 68 anni nel 2029. Come sottolinea il Messaggero, con le nuove stime della Ragioneria dello Stato viene tracciato un nuovo scenario dal punto di vista demografico che arriva anche dai dai Istat.

Con le nuove indicazioni dell’istituto di statistica, nel 2021 verrebbe a mancare lo scatto dell’età e dunque la soglia resterebbe ferma a 67 anni. Inoltre verrebbe anche confermato il requisito per la pensione di anzianità che andrebbe a 43 anni e 3 mesi. Occhio però al periodo successivo che va dal 2023 al 2029. Lì lo scatto diventa conistente con un adeguamento a 68 anni e con un anticipo di due anni ripsetto alle tabelle precedenti che aveva fornito l’Istat.

Leggero, ma protratto nel tempo fino al 2060. Con una punta di -0,2% attorno al 2040. È lo scostamento verso il basso della fatidica curva del rapporto fra spesa pensionistica e Pil dovuto al maggior flusso migratorio indicato nell’aggiornamento della previsione demografica Istat del maggio scorso, ora assorbito nella rivisitazione dello scenario nazionale base sulla previdenza del “dossier” della Ragioneria generale dello Stato (Rgs) sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario. La parola “migranti” torna dunque in ballo nella partita sulle pensioni dopo le polemiche delle scorse settimane tra il presidente dell’Inps, Tito Boeri, che ha più volte evidenziato l’importanza dei flussi migratori per la tenuta dei conti pensionistici, e l’attuale ministro dell’Interno, e vicepremier nonché leader della Lega, Matteo Salvini, secondo cui queste erano considerazioni infondate e di parte.
Il tutto con sullo sfondo un quadro tratteggiato dai tecnici del ministero dell’Economia (costruito tra gli altri dati su una “proiezione” del Pil reale all’1,2%) dal quale emerge che l’incidenza delle uscite per trattamenti pensionistici sul Prodotto interno è prevista comunque in crescita a partire dal 2022 attestandosi attorno al 15,3% fra il 2024 ed il 2030, per poi lievitare con maggiore intensità fino a raggiungere il 16,2% nel 2044.
Prima però gli esperti del ministero dell’Economia – che hanno elaborato il loro rapporto tenendo conto anche della crescita più favorevole stimata per l’attuale periodo nel Def di aprile 2018(1,4% nel triennio ma non confermata dai dati relativi ai primi mesi dell’anno in cui si è registrato un “rallentamento”) oltre che dell’innalzamento dei requisiti minimi di pensionamento – fanno riferimento a un rapporto spesa pensioni-Pil al 15,1% tra 2019 e il 2021. Nel dossier della Rgs si lascia comunque intendere in modo abbastanza inequivocabile che un eventuale ammorbidimento delle attuali regole potrebbe avere ripercussioni negative sulla sostenibilità del sistema previdenziale nel medio periodo, soprattutto se venisse bloccato il meccanismo di adeguamento automatico dell’età pensionabile all’aspettativa di vita (rivisto nella tempistica dell’aggiornamento dall’ultima legge di bilancio) e venissero toccati i coefficienti di trasformazione.
Quanto ai migranti, i tecnici del Mef hanno tenuto conto della nuova previsione demografica dell’Istat con cui nel periodo 2017-2065 il flusso medio “netto” annuale di immigrati è stato portato a 165mila unità, contro le 154mila della precedente previsione, con un incremento medio del 7%, accentuato soprattutto nei prossimi 20 anni quando si dovrebbe registrare un’impennata del 15 per cento. Un andamento che sarebbe in ogni caso al di sotto di quello degli ultimi 20 anni: 230mila migranti l’anno, con una punta di 280mila nei tre lustri finali.
Al di là degli scenari tratteggiati dalla Rgs e in ambito Epc-Wga (Economic Policy committee – Working group on Ageing), che è ancora più sfavorevole di quello elaborato dal Mef, il Governo gialloverde va avanti per la sua strada e continua a lavorare all’introduzione di quota 100 (nel mix tra età anagrafica, con un minimo di 64 anni, e anzianità contributiva) e quota 41 e sei mesi (per le uscite sulla base della sola contribuzione maturata) per superare la legge Fornero. Un intervento da avviare con la manovra autunnale in parallelo alla stretta sulle pensioni d’oro prevista dal progetto di legge presentato alla Camera dai due capigruppo della maggioranza D’Uva e Molinari.
Il testo non convince però fino in fondo la Lega, che auspica modifiche nel corso dell’esame in commissione alla Camera. A indicare un’altra strada per tagliare le pensioni sopra 4mila euro mensili, con il ricorso a un contributo di solidarietà per 2 o 3 anni, è, con tanto di studio ad hoc, fin dalle scorse settimane l’ex sottosegretario al lavoro e attuale presidente di “Itinerari previdenziali”, Alberto Brambilla, uno degli esperti ascoltati dal Carroccio. Ma Brambilla ci tiene a sottolineare che la sua è una posizione personale: «Sono dispiaciuto che uno studio del nostro centro studi sia stato fatto passare per un progetto della Lega, io al momento posso essere ascoltato da Matteo Salvini ma non sono il suo consigliere».
Il ministro del Lavoro, e vicempremier, Luigi Di Maio ribadisce che l’intervento sarà realizzato: «Non voglio entrare in scontro con nessuno. Nel Contratto abbiamo scritto che vogliamo tagliare le pensioni d’oro. Si va avanti». M5S e Lega si stanno confrontando sui correttivi da apportare al testo. Proprio dalla Lega, il sottosegretario al Mef, Massimo Garavaglia, e il presidente della commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi, parlano di possibili correttivi ad esempio al “tetto” (fino a 5mila euro).

Marco Rogari – Il Sole 24 Ore – 30 agosto 2018

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