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Rebus contratto per 6 milioni e mezzo. La ripresa aiuta le trattative sui rinnovi. Ma per dipendenti pubblici la strada è in salita. Governo costretto a negoziare ma può non mettere risorse

Roberto Giovannini. Sono oltre 6 milioni e mezzo i lavoratori dipendenti italiani che si aspettano il rinnovo dei loro contratti nazionali collettivi di lavoro. Una volta la si sarebbe definita la ricetta perfetta per un autunno caldo, all’insegna di scioperi finalizzati a conquistare aumenti salariali o miglioramenti normativi. Non è detto che vada così in questo scorcio finale di 2015.

Come spiegano gli addetti ai lavori, ci sono le condizioni potenziali per una stagione di rinnovi decisamente tranquilla. Sembra esserci un venticello di ripresa economica, che in teoria dovrebbe suggerire alle imprese di evitare irrigidimenti per far marciare gli impianti a pieno regime. Ma ci sono altrettante validissime ragioni per immaginare che la stagione contrattuale possa essere conflittuale e complessa. A cominciare dalla sensazione – diffusa nel mondo imprenditoriale, e apparentemente corroborata da alcune iniziative del governo – che dopo l’abolizione dell’articolo 18, e di altre regole conquistate dai sindacati negli Anni 70, possano saltare altri vincoli. Ad esempio, la piena libertà di sciopero, oppure la stessa esistenza del «classico» contratto nazionale, già cancellato negli stabilimenti della Fca.

Lo sapremo presto. Così come sapremo se la tornata contrattuale riguarderà effettivamente anche gli oltre tre milioni di dipendenti pubblici (sanità, enti locali, ministeri, scuola e università). Persone che a causa del blocco stabilito da più governi, non riescono a rinnovare i loro contratti da molti anni. Ma come si ricorderà è giunta la Corte Costituzionale a obbligare il governo – che non ne aveva nessuna intenzione – ad aprire le trattative con la recente sentenza. Il negoziato ci sarà; ma non è detto che sia fruttuoso. Tutto dipenderà dal governo: se vorrà o meno stanziare le risorse per gli aumenti salariali nella legge di Stabilità. A quel che si capisce qualche soldo verrà messo; ma molto pochi.

Un discorso a parte va fatto anche per i metalmeccanici. Qui da tempo è quasi impossibile mettere d’accordo la Fiom di Maurizio Landini con Fim e Uilm. È probabile il varo di due piattaforme, altamente probabile il rischio di complicazioni.

In teoria, tutto il contrario dovrebbe capitare nel comparto della chimica (farmaceutica, chimica, gomma e plastica, gas e acqua, energia). Normalmente sono contratti rinnovati senza un’ora di sciopero: le piattaforme sono già state varate, sono unitarie e prevedono richieste di aumento dai 100 ai 130 euro. Centomila circa sono i dipendenti delle industrie alimentari: anche qui il confronto non dovrebbe essere particolarmente teso.

Più complicati sono i rinnovi nel terziario, dove i contratti (grande distribuzione, alberghi e pubblici esercizi, imprese di pulizia) sono scaduti da due anni. L’atmosfera è pesante: le associazioni datoriali «chiudono», e già sono stati proclamati scioperi negli iper e supermercati. Prematuro è immaginare che sarà del rinnovo del contratto dei 400 mila dipendenti del tessile e abbigliamento: il contratto scadrà nel marzo 2016, ma il lavoro preparatorio sta cominciando.

E difficile è anche immaginare che conseguenze avrà sulle trattative la proposta del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi lanciata proprio su «La Stampa»: non rinnovare i contratti in scadenza, e modificare il sistema contrattuale con aumenti legati alla produttività e pagati a consuntivo. «È una proposta quasi provocatoria – la boccia Paolo Pirani, autorevole leader della Uiltec-Uil – oggi lavori, e che salario avrai lo sai solo domani? La retribuzione non può essere una specie di bonus, una variabile dei profitti».

 La Stampa – 14 settembre 2015 

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