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Le promesse di Monti e quei 12 miliardi di euro da trovare per la crescita. Cgia: con l’euro prezzi aumentati del 25% in 10 anni

1a1a1_0aaaamoneta-euro-interna-nuovaLa recessione più dura del previsto, lo stato del debito pubblico e gli interessi sui titoli rischiano di far peggiorare il rapporto tra deficit e pil. Allontanando le promesse dell’esecutivo – taglio delle tasse, cuneo fiscale, piano giovani, agenda digitale – e avvicinando la necessità di completare con urgenza la spending review. Intanto la Cgia di Mestre è andata a vedere quanto ha pesato l‘euro sulle tasche degli italiani. E ha scoperto che in 10 anni dalla sua comparsa ha fatto lievitare i prezzi del 25 per cento. Nei vari settori merceologici i prezzi sono schizzati per alcool e tabacchi (+64%), seguiti da affitti e bollette, cresciuti del 45,8%. Terzi in classifica i trasporti con aumento per bus, treni e metro del 41%. Ma andiamo con ordine.

Pronti a tagliare l’Irpef. Anzi no, abbasseremo le tasse sul lavoro. Poi facciamo il piano per i giovani con un po’ di soldi pure le coppie (sempre giovani, va da sé) e quello per gli aeroporti e un altro per le infrastrutture che genera 80 miliardi di investimenti dice il ministero dello Sviluppo. Finito? Macché. Ci sono l’Agenda digitale che sta sempre per arrivare (d’altronde c’è già la cabina di regia, come potrebbe non essere fatta) e gli incentivi per le start up. E poi fondi per i poveri, riqualificazione delle città, efficienza energetica e via spendendo. Il governo agostano è pieno di promesse e progetti faraonici, per cui servirebbero, a spanne, qualche decina di miliardi di euro.

Purtroppo al Tesoro non piacciono nemmeno le promesse da marinaio e dalle parti di Vittorio Grilli hanno messo subito a verbale un lapidario: “Non c’è un euro”. Incidentalmente si potrebbe notare che il ministro che fu voluto a via XX Settembre da Giulio Tremonti ormai ha assunto in questo esecutivo il ruolo del suo mentore nel precedente: dire di no ai colleghi. D’altronde, come vedremo, effettivamente, “non c’è un euro”. Le ragioni sono diverse, ma si riconducono ad una sola: le difficoltà a cui va incontro la nostra economia dentro la moneta unica sono rese quasi insormontabili dalle politiche recessive imposte all’Europa mediterranea dal Fiscal compact.

Risultato: i conti pubblici italiani non sono affatto “in ordine”. Ecco alcuni numeri.

Le previsioni. Secondo i numeri scritti dal governo nel Documento di economia e finanza (Def), il rapporto deficit/Pil sarà all’1,7% quest’anno e allo 0,5% nel 2013, che – tradotto per il ciclo: cioè tenendo conto di congiuntura economica e tendenza – vuol dire deficit zero. Mission accomplished. Per ottenere questo risultato, però, il governo ha dovuto stabilire anche quale sarebbe stato il livello del Prodotto interno lordo: secondo Monti, il Pil italiano diminuirà dell’1,2% quest’anno per tornare a crescere, anche se di poco, l’anno prossimo (+0,5%). Se cambia uno dei due numeri, cambia tutto e qui rischiano di cambiare tutti e due. Perché? Semplice.

La recessione. L’economia italiana è in stato di glaciazione, tutte le previsioni di questi mesi prevedono un andamento negativo assai peggiore di quello scritto nel Def dall’attuale esecutivo. Bankitalia stima un prudente -2%, il Fondo monetario internazionale sostiene che cadremo del 2,3%, il tendenziale di Eurostat dopo i primi due trimestri dice -2,5%, altri come l’ex ministro Tremonti sostengono che si arriverà almeno al -3%. Lo stesso Vittorio Grilli, pudicamente, ha sospirato “io direi un po’ meno del 2%”, il che significa che il governo dovrà correggere le sue previsioni nella legge di Stabilità ad ottobre. Gli effetti. Poniamo che il Pil cali alla fine del 2,2%, un punto in più di quanto scritto dal governo, una stima assolutamente prudenziale: in questo caso non solo diminuisce il denominatore (il Pil), peggiorando dunque il rapporto, ma peggiora anche il numeratore (deficit) visto che meno ricchezza vuol dire meno entrate per lo Stato. In genere si calcola che ogni punto di prodotto interno perso si traduca in un peggioramento di mezzo punto nel rapporto deficit/Pil: vuol dire che nel 2013, sempre che cresciamo davvero dello 0,5% come crede Mario Monti, saremo all’1% di disavanzo tondo anziché allo 0,5.

Gli effetti degli effetti. Volendo intervenire per correggere questi squilibri, i tecnici dovrebbero dunque trovare per strada poco meno di otto miliardi dal lato della spesa pubblica o un po’ di più se volessero aumentare le tasse (perché andrebbero scontati gli effetti recessivi di questo tipo di intervento). Per di più, qui una quantificazione è più difficile, va ricordato che una recessione economica comporta anche maggiori esborsi in strumenti di sostegno al reddito come la cassa integrazione e simili. Non a caso quando la Germania fece le famose riforme, espulse dal lavoro alcuni milioni di persone e sforò per prima il vincolo del 3% nel rapporto deficit/Pil proprio per pagare i sussidi.

L’Iva. Parecchi se ne dimenticano, ma se il governo non trova sei miliardi nella prossima manovra, a giugno prossimo l’imposta sul valore aggiunto aumenterà di un punto sulle due aliquote principali (10 e 21%).

Il debito. Il rendimento dei titoli di stato – contrariamente a quanto pensava Monti quando si presentava con le tabelle della caduta dello spread alle conferenze stampa – per i decennali è stabilmente vicino al 6%, mentre per quelli a breve termine è effettivamente migliorato rispetto ai tempi bui del novembre 2011. Le previsioni sul servizio del debito (sostanzialmente quanto paghiamo di interessi) dicono 85 miliardi: le aveva fatte Giulio Tremonti a settembre, Monti azzardò un 94 miliardi a dicembre, ma alla fine andrà come aveva sostenuto il primo. Senza risparmi apprezzabili per il bilancio pubblico, comunque.

Riassumendo. Prima di tagliare le tasse, rifare il sistema infrastrutturale e distribuire soldi agli affamati, Monti e soci devono trovare 12-15 miliardi, all’ingrosso un punto di Pil, da destinare al mancato aumento dell’Iva di giugno e alla sterilizzazione degli effetti della recessione sui conti pubblici. Più che alla crescita, insomma, il governo dovrà dedicarsi alla seconda fase della spending review per portare i risparmi dalla carta alla realtà.

Cgia di Mestre, con l’euro prezzi aumentati del 25% in 10 anni

La parte d’Italia più colpita dall’inflazione “da moneta unica” è il sud con la Calabria in testa. La meno colpita è la Lombardia. Nei vari settori merceologici prezzi schizzati per alcool e tabacchi (+64%), seguiti da affitti e bollette, cresciuti del 45,8%. Terzi in classifica i trasporti con aumento per bus, treni e metro del 41%

Quanto ha pesato l‘euro sulle tasche degli italiani? In 10 anni dalla sua comparsa, secondo la Cgia di Mestre, ha fatto lievitare i prezzi del 25 per cento. L’inflazione “da moneta unica” ha colpito più il Sud Italia. In Calabria si è registrato l’incremento regionale più elevato: (+31,6%). Seguono la Campania, con il 28,9 per cento, la Sicilia, con il 27,6 per cento, e la Basilicata, con il 26,9 per cento. Le meno interessate dal “caro prezzi”, invece, sono state la Lombardia, con un aumento regionale del 23 per cento, la Toscana, con il 22,4 per cento, il Veneto, con il 22,3 per cento e, ultimo della graduatoria, il Molise, dove l’inflazione è lievitata del 21,7 per cento.

Per quanto riguarda le categorie merceologiche i maggiori rincari sono stati per alcool e tabacchi con una impennata del 64 per cento, seguiti da affitti e bollette cresciuti del 45,8 per cento. Terzi in classifica i trasporti con aumento per bus, treni e metro, del 41 per cento. Pressochè in linea, se non addirittura al di sotto del dato medio nazionale, gli incrementi dei servizi alberghieri e della ristorazione (+27,4%), dei prodotti alimentari (+24,1%), dei mobili e degli articoli per la casa (+21,5%), dell’abbigliamento/calzature (+19,2%).

“La maggior crescita dell’inflazione avvenuta nel Sud, ha detto Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre – si spiega con il fatto che la base di partenza dei prezzi nel 2002 era molto più bassa rispetto a quella registrata nel resto d’Italia”. Poi, ha aggiunto Bortolussi, a far schizzare i prezzi in questa parte del Paese hanno concorso anche il “drammatico deficit infrastrutturale, la presenza delle organizzazioni criminali che condizionano molti settori economici, la poca concorrenza nel campo dei servizi e soprattutto un sistema distributivo delle merci molto arretrato e poco efficiente”.

La Cgia spezza quindi una lancia a favore dei commercianti: “A differenza di quanto è stato denunciato sino ad ora con l’avvento dell’euro non sono stati i commercianti a far esplodere i prezzi, bensì i proprietari di abitazioni, le attività legate alla manutenzione della casa, le aziende pubbliche dei trasporti, i gestori delle utenze domestiche ed, infine, lo Stato con gli aumenti apportati agli alcolici e alle sigarette. Ricordiamo che sul totale della spesa media famigliare, che nel 2011 è stata pari a quasi 30mila euro, i trasporti, le bollette e le spese legate alla casa hanno inciso per quasi il 50 per cento del totale, mentre la spesa alimentare solo per il 19 per cento”.

da Il Fatto Quotidiano del 25 agosto 2012

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