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Recovery, piano domani in Cdm. Tensione su saldi e task force. Iv: «Non voteremo la struttura». Malumori anche nel Pd e nel M5S

Il Sole 24 Ore domenica. Una bozza «sostanziosa» articolata in quattro capitoli: il quadro generale e gli obiettivi; le sei missioni (digitalizzazione, rivoluzione verde, infrastrutture per la mobilità, istruzione e ricerca, inclusione di genere, sociale e territoriale, salute) su cui insisteranno i 60 progetti complessivi, organizzati in 17 cluster; la governance, che si intende tradurre in un emendamento alla manovra; la valutazione di impatto sul Pil, sul recupero dei ritardi del Paese e sul rispetto dei target dell’Agenda Ue al 2030. Con tanto di budget e appostamenti.

Il documento di aggiornamento del lavoro sul Recovery Plan italiano approderà domattina in Consiglio dei ministri (che dovrebbe slittare dalle 9 alle 11), per essere poi trasmesso alle Camere. Ma non sarà una passeggiata. La tensione è altissima. Ieri alla Stampa Matteo Renzi ha detto chiaro e tondo che Italia viva in Consiglio dei ministri e in Parlamento «voterà contro ulteriori e pletoriche task force». È uno stop netto all’architettura gestionale, difesa sia dal premier Giuseppe Conte sia dal ministro dem dell’Economia Roberto Gualtieri. A Iv non piace né l’idea della struttura capitanata dai sei supermanager né il “triumvirato” Conte, Gualtieri e Patuanelli indicato come «comitato esecutivo» con la giustificazione che si tratta dei «ministeri di spesa».

Se Renzi e i suoi lo dicono apertamente, altri covano malumore senza esporsi. Un big M5S non usa mezzi termini: «La struttura non convince nessuno». I parlamentari Pd fibrillano e continuano a invocare un pieno coinvolgimento delle Camere, a partire dal capogruppo in Senato Andrea Marcucci. Anche qualche ministro storce il naso. Non a caso Gualtieri ieri ha sottolineato come la norma sulla governance «non è un capriccio ma uno dei doveri che ci chiede la Commissione Ue». E che il team tecnico «avrà la funzione di aiutare e non di espropriare i titolari delle rispettive funzioni di spesa e di attuazione del Recovery Plan». Ovvero gli altri ministeri. Il timore che serpeggia nella maggioranza è invece proprio quello di un accentramento nelle mani di Conte e di ministri a lui vicini attraverso la creazione di una struttura parallela. «Più evidenziamo la necessità di condividere le scelte, più continua ad arroccarsi», è la diagnosi.

Nasce anche da qui l’altro nodo ancora da sciogliere che ieri teneva banco nelle interlocuzioni tra Palazzo Chigi e i dicasteri in prima linea: l’opportunità di indicare o meno i saldi di spesa nel documento. Perché anche sulla quantificazione delle risorse da appostare manca l’accordo politico.

Conte, nell’intervista di ieri a Repubblica, ha confermato la volontà di arrivare in Cdm con la proposta completa («Ci ritroveremo per approvare il budget del Recovery Fund con tutti gli appostamenti») e ha promesso un approfondimento sui 60 progetti «che sono ormai in dirittura finale». Progetti che dovranno essere assegnati tramite bandi pubblici europei. Il premier sa che deve inviare segnali rassicuranti, sia alla sua maggioranza che scalpita («Bisogna spendere bene i miliardi che arrivano dall’Europa, bisogna correre», ha incalzato il segretario dem Nicola Zingaretti) sia soprattutto a Bruxelles, dove è alta la preoccupazione.

Il piano sarà un mix tra investimenti e riforme, ha precisato Gualtieri. Il 40% dei fondi (83 miliardi), più del 37% che impone Bruxelles, riguarderà la transizione verde con investimenti massicci in risorse rinnovabili e sostegno allo sviluppo di nuovi settori, come l’idrogeno. Circa 15 miliardi serviranno a un vasto programma di efficientamento energetico, cablaggio e messa in sicurezza di scuole e ospedali. Per l’edilizia privata ci sarà l’estensione del superbonus 110%. Il 20% (42 miliardi) sarà invece destinato ai progetti sul digitale, con il focus sull’innovazione nella Pa. Per gli asili nido ci saranno oltre 2 miliardi. Sui trasporti spinta al rinnovo dei mezzi del Tpl e al trasporto su rotaia, per l’alta velocità di rete e il potenziamento di alcune tratte, come la Napoli-Bari e la Palermo-Catania-Messina. E poi logistica ed elettrificazione dei porti, a partire da Genova e Trieste.

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