In dettaglio, segnala l’Istituto di statistica, nella parte finale dell’anno passato il reddito disponibile ha registrato un calo dello 0,2%, con una capacità di spesa in termini reali che è arretrata dello 0,5% rispetto ai tre mesi precedenti. In più, alla luce della contrazione della crescita registrata tra ottobre e dicembre, la pressione fiscale è aumentata rispetto al Pil, salendo al 48,8%, In media annua, però, la quota del Pil che passa per lo Stato si è attestata al 42,1%, in riduzione di 0,1 punti percentuali rispetto ai 42,2 del 2017).
Per continuare a spendere, e a generare una dinamica espansiva dei consumi che pure in effetti si è verificata (la spesa per consumi delle famiglie è aumentata dello 0,5% in termini nominali), gli italiani hanno dunque dovuto fare inevitabilmente ricorso a quella parte delle entrate familiari che fino a poco tempo fa tendevano ad accumulare e a mettere da parte. Con un’inversione di tendenza, obbligata dalla diminuzione del reddito, non di poco conto. E dunque la propensione al risparmio è scesa a un livello vicino al minimo registrato un anno e mezzo or sono, scendendo a quota 7,6% del reddito (era l’8,2 per cento nel terzo trimestre). Un dato un po’ preoccupante, perché la tradizionale tendenza degli italiani a risparmiare rappresenta da sempre un fattore di stabilità, che viene considerato positivamente persino nel giudizio delle agenzie di rating e nell’esposizione italiana sui mercati finanziari.
Quanto ai dati di finanza pubblica l’Istat parla per il 2018 di un deficit netto della pubblica amministrazione pari al 2,1% del Pil, in miglioramento rispetto al 2,4% del 2017; il debito è confermato al 132,1% del Pil, in aumento rispetto al 131,1% del 2017. Ricordiamo che il prossimo 9 aprile l’Istat rivedrà le sue stime sui conti pubblici italiani, inglobando – in accordo con Eurostat – nel perimetro della pubblica amministrazione soggetti finora esclusi: da Invitalia a Rfi, dall’Acquirente unico a Ferrovie Nord.
Insomma, c’è sempre più preoccupazione per la tenuta della condizione delle famiglie. Secondo Confesercenti, il loro potere d’acquisto è ancora di 2 miliardi di euro inferiore rispetto al 2011. Più dettagliata una recente ricerca dell’Isrf della Cgil, che ha calcolato come nell’ultimo decennio i salari netti degli italiani abbiano perso, in media, 5mila euro. Prendendo come riferimento un salario netto medio mensile di 1.464 euro, l’Isrf afferma che se il peso del Fisco fosse rimasto ai livelli degli anni ’80, oggi questo salario sarebbe stato di ben 1.695 euro. La differenza prodotta dall’aumento della pressione fiscale dagli anni ’80 a oggi è di ben 231 euro al mese. «Le retribuzioni sono allineate al valore dell’inflazione – afferma Nicola Cicala, direttore dell’Isrf – ma anche le retribuzioni che sono nominalmente cresciute, quando si scontrano con le sempre più alte imposte, cadono. E il valore netto che i lavoratori si ritrovano diminuisce». La Stampa