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Regione, è crisi di maggioranza. Guerra elettorale sul bilancio Ciambetti assediato dagli (ex) alleati. Si susseguono i vertici, senza soluzione

A due mesi dalle elezioni, in Regione è crisi di maggioranza. Aperta, conclamata, da qualcuno perfino esibita. E il bilancio preventivo 2015 (preventivo! doveva essere approvato per legge entro il 31 dicembre e siamo il 26 marzo) è il terreno su cui si sta consumando la resa dei conti finale tra consiglieri che ormai solo per ossequio alla forma si siedono ancora gli uni accanto agli altri, in una faida intestina che ben rappresenta il detto per cui «non c’è peggior nemico di chi ti è stato amico».

L’assessore al Bilancio Roberto Ciambetti è stato lasciato inspiegabilmente solo a fronteggiare i tumulti, col soccorso del capogruppo della Lega Federico Caner che però fa quel che può, consapevole com’è che dopo la scissione di Flavio Tosi rappresenta una parte assolutamente minoritaria dell’aula, appena 7 consiglieri su 60 (compreso il governatore Luca Zaia) a fronte della squadriglia del sindaco di Verona che, pur frazionata in tre gruppi diversi, è arrivata giorno dopo giorno a contare un consigliere in più. E pensare che nel 2010, sull’onda di un roboante 60%, a Palazzo Ferro Fini approdò un pattuglione di 37 consiglieri inquadrato in due ranghi soltanto: Lega Nord e Pdl. Adesso la maggioranza («Maggioranza? Quale maggioranza?» domanda amaro un capogruppo) conta 9 gruppi diversi, in spietata competizione elettorale tra loro. La rottura del fronte da parte del segretario della Lega Matteo Salvini («Mai con Ncd»), unita alle perenni inquietudini di Forza Italia, ha finito per dare vita a due fronti contrapposti, ben identificati: quelli che si ripresenteranno assieme il 31 maggio, e cioè i leghisti e i forzisti sponda ex An (diventati i più berlusconiani di tutti), e quelli che sono stati mollati per strada nell’ultimo mese, e cioè i «tosiani», gli alfaniani di Ncd e i «ricostruttori» azzurri vicini a Raffaele Fitto. Tutti pretendono di avere adeguata soddisfazione per i collegi di riferimento e invocano l’accoglimento di questo o quell’emendamento, buono da sbandierare in campagna elettorale (c’è di tutto, dalla rotonda alla statale, dall’ente di formazione alla spiaggia), senza mollare di un centimetro. Il fronte che si ripresenterà con Zaia non vede per quale ragione dovrebbe cedere milioni preziosi agli avversari di domani ma questi ultimi sono lesti a dargliene una più che valida: «Senza i nostri voti il bilancio non passa». Fatti due conti, possono far leva su 19 voti che uniti ai 22 della minoranza fanno una «nuova maggioranza» più che solida.

Su questi presupposti ieri sera, al termine di una girandola di incontri iniziati in tarda mattinata e andati avanti fino a metà pomeriggio, è scattato l’ultimatum a Ciambetti: o l’assessore trova entro oggi, giorno in cui torna a riunirsi il consiglio, la miracolosa quadratura dei conti, così che l’aula possa approvare il bilancio all’inizio della prossima settimana («Con una maggioranza numerica eh, mica politica») e permettere ad assessori e consiglieri di «spendere» i denari faticosamente strappati in tempo utile per la stampa di manifesti e santini, oppure «si va alla guerra come alla guerra», il che significa che si dovrà procedere alla discussione di tutti i trecento emendamenti in aula, uno per uno, col rischio (serissimo) che più di qualcuno passi grazie ad accordi trasversali, magari di lobby territoriale. «E se così fosse, è certo che il bilancio non passerebbe». Il che produrrebbe una conseguenza allucinante: la Regione dopo il 30 aprile finirebbe infatti in gestione provvisoria, potendo pagare solo gli stipendi e i mutui fino a che il nuovo consiglio uscito dalle elezioni non avrà ripreso in mano la manovra. Quante sono le probabilità che Ciambetti individui per oggi il «punto di caduta»? A ieri sera pochissime. Ogni proposta avanzata d’intesa con i tecnici è stata infatti ritenuta «insoddisfacente», la posta si alza ogni incontro di più.

Tra gli emendamenti che potrebbero passare nel Vietnam di Palazzo Ferro Fini c’è anche quello della riduzione delle Usl dalle attuali 21 a 7, una per provincia, su cui i gruppi sono spaccati (tanto per cambiare). Il presidente della commissione Sanità Leonardo Padrin (Fi) si dice favorevole «anche se magari si potrebbe prevedere una riduzione graduale, con un primo step a 12», il suo vice Claudio Sinigaglia è assolutamente contrario («Un dibattito schifoso e fallimentare, giochetti elettorali che mettono a repentaglio la salute dei veneti»), mentre l’assessore di reparto Luca Coletto appare perplesso: «La razionalizzazione si farà presto ma non in questo modo».

E mentre la maggioranza va in pezzi, il governatore Luca Zaia, costretto a casa da un malanno di stagione (ma cambia poco, il suo motto è da sempre: «Il consiglio è sovrano, facciano come vogliono, siamo in democrazia»), deve incassare i colpi degli sfidanti: «Zaia molli il calice, la smetta di brindare al Vinitaly e faccia approvare il bilancio. Questo ritardo costa caro ai veneti» cannoneggia Alessandra Moretti del Pd. Rincara Jacopo Berti dei Cinque Stelle: «Zaia la smetta di fare selfie e passerelle, il suo governo è alla frutta, non approvare il bilancio sarebbe disastroso». E dopo i «tosiani», pure il fittiano Padrin apre il fuoco: «L’assenza del governatore comincia a essere imbarazzante».

Marco Bonet – Il Corriere della Sera – 26 marzo 2015 

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