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Regioni, 82 miliardi di sprechi. La crisi? 56 miliardi di tasse in più. Aumento annuo dell’1,6% sulle famiglie

banconote 2Cinque anni di pesantissima crisi. Cinque anni di insostenibile aumento della pressione fiscale. L’elenco dei “conti”, salatissimi, pagati da famiglie e imprese nell’arco di tempo della Grande Recessione comincia dall’aggravio di imposte per l’intero sistema economico italiano: secondo l’analisi Confcommercio-Cer, presentato sabato al Forum di Villa d’Este, solo le manovre correttive di finanza pubblica sono costate al Paese oltre 56 miliardi. «C’è un pezzo d’Italia che non ne può più», esordisce Giuliano Poletti. A ingrossarne sempre più le fila non è soltanto «chi non ha un reddito congruo, chi vive in povertà». Un «pezzo di quel pezzo» è qui, davanti al ministro del Lavoro. Lui parla in generale di «imprenditori che non lavorano più come vorrebbero». Ma visto il contesto è evidente che si rivolge, intanto e soprattutto, al mondo del commercio.

Un universo che, riunito a Villa d’Este per l’ormai tradizionale Forum annuale dell’associazione di categoria (in collaborazione con Ambrosetti), per bocca del presidente Carlo Sangalli ha appena denunciato ancora una volta l’alto costo pagato alla crisi da negozianti grandi e piccoli.

Con la denuncia — l’ennesima — è arrivata, è vero, anche una netta apertura al governo di Matteo Renzi: «Le prime misure annunciate dal presidente del Consiglio sono coraggiose», se dalle promesse si passerà ai fatti: «Il Prodotto interno lordo 2014 salirà dallo 0,5%» stimato dall’associazione a un po’ meno magro 0,8%; l’Italia potrà ricominciare a crescere. E tuttavia, a voce altrettanto alta, Sangalli ha chiesto pure di estendere le «giuste riforme». Uno: non deviare dalla politica dei tagli alla spesa pubblica (e Confcommercio esibisce uno studio che quantifica in 82,3 miliardi gli «sprechi» legati all’inefficienza del rapporto spese-servizi su base regionale). Due (ma solo in ordine di elencazione): «I benefici della detassazione devono comprendere il popolo delle partite Iva. Non sono accettabili discriminazioni basate sul fatto che tutti i lavoratori autonomi siano evasori. I lavoratori indipendenti e gli autonomi meritano rispetto e riconoscenza per come stanno affrontando questa crisi. Al governo chiediamo con forza un’altra spinta nella direzione intrapresa».

Sarà probabilmente, oggi, argomento buono per il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Poletti intanto raccoglie, dal Forum, sia l’apertura sia l’appello all’esecutivo. Dice che a quel «pezzo d’Italia che non ne può più», dunque ovviamente anche ai commercianti, il governo ha tutta l’intenzione di «dare risposte subito». Assicura che già lo sta facendo, e l’esempio con cui si presenta è il decreto sul lavoro pubblicato ieri e il cui iter parlamentare, ora, «monitoreremo puntualmente, passo per passo»: non si accetteranno assalti, imboscate, stravolgimenti: «Siamo pronti a cambiare ma solo se saranno i fatti a dimostrare che sbagliamo» (risposta che vale anche per il «no» al provvedimento preannunciato da Stefano Fassina). Dopodiché, però, il ministro non può non ammettere: le intenzioni sono le migliori, la volontà di rivoluzionare il Paese senza perdere tempo è reale, tutti nel governo lavorano per questo, e tuttavia la bacchetta magica non c’è. «Non perdere tempo» non significa che il percorso sarà breve. Anzi.

Intanto: è chiaro a tutti che «la crisi non ha ancora scaricato totalmente i suoi effetti sul mondo del lavoro». Il picco sarà toccato solo quando si esaurirà la copertura degli ammortizzatori sociali ai dipendenti di «aziende che hanno chiuso magari due, tre anni fa». Ma se «siamo in una sorta di terra di mezzo, e ci vorrà tempo per vedere tutti i frutti positivi delle politiche che stiamo attuando», la determinazione a rivoltare il sistema non va messa in dubbio. Esempio: «Il mio ministero si è trasformato, negli anni e nei fatti, da ministero del Lavoro a ministero della disoccupazione. Affronta solo situazioni di crisi. Bene, deve tornare a un ruolo attivo: creare le condizioni per favorire l’occupazione». Solo titoli di buoni propositi, ancora? Poletti giura di no. Vuole fare da tramite, per dire, tra imprese e scuola (l’applauso del Forum ribadisce l’apertura di credito). E sulle crisi che comunque ha sul tavolo, vedi la questione esodati, garantisce: «Per il 2014 le coperture ci sono. Nel frattempo lavoreremo a una soluzione definitiva».

La crisi? 56 miliardi di tasse in più. Pressione fiscale: aumento annuo dell’1,6% sulle famiglie

Cinque anni di pesantissima crisi. Cinque anni di insostenibile aumento della pressione fiscale. L’elenco dei “conti”, salatissimi, pagati da famiglie e imprese nell’arco di tempo della Grande Recessione comincia dall’aggravio di imposte per l’intero sistema economico italiano: secondo l’analisi Confcommercio-Cer, presentato sabato al Forum di Villa d’Este, solo le manovre correttive di finanza pubblica sono costate al Paese oltre 56 miliardi. E hanno evidentemente aggravato un quadro di depressione via via più profonda. Probabile che, viste le condizioni delle casse dello Stato, non ci fosse alternativa. Ma certo la fotografia scattata dall’associazione guidata da Carlo Sangalli è cruda, molto cruda. Quell’aggravio di 56 miliardi si è tradotto, intanto, in un aumento del livello di imposizione sulle famiglie pari all’1,6% medio annuo e al 10% nell’intero periodo. Tradotte, le percentuali diventano numeri ancora più brutali: il prelievo aggiuntivo è di 10 miliardi, cui vanno aggiunti gli 11 miliardi di potere d’acquisto perso per l’aumento dell’inflazione legato all’incremento delle imposte indirette.

Effetto complessivo, secondo Confcommercio: «Tra il 2008 e il 2013 le risorse a disposizione delle famiglie si sono ridotte di oltre 70 miliardi». E se è a livello locale che il Fisco “ha fatto la parte del leone” (il suo peso è più che triplicato, dal 2,1% al 7%, in rapporto al Prodotto interno lordo), la tendenza non mostra segnali di inversione, o anche solo rallentamento.

Al contrario, denuncia Confcommercio: se è vero che molti Comuni dovranno aumentare ancora le tasse per trovare 2,2 miliardi, ossia la somma necessaria a far tornare i conti nel passaggio dall’Imu alla Tasi, il trend non potrà che peggiorare ulteriormente. Perciò, al governo, Sangalli chiede “di procedere con decisione” a una profonda revisione di “questo federalismo compiuto e disordinato”: mossa indispensabile a “restituire fiducia e risorse alle famiglie e alle imprese”.

Raffaella Polato – 22 marzo 2014 – Corriere della Sera 

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