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Regolamentazione in arrivo. Chi ha paura degli home restaurant? Gli operatori: sì a norme igieniche di somministrazione del cibo ma no a vincoli restrittivi di ordine burocratico

di Nicola Di Turi. Un tetto annuale al reddito, un’inedita inflessibilità sui pagamenti in contante, limiti netti all’erogazione del servizio. «La versione della legge sull’Home Restaurant, approvata lo scorso 25 settembre dalla Commissione parlamentare Attività Produttive, segna pesantemente la rotta verso una chiusura riduzionistica e accentratrice delle attività connotate dallo spirito della sharing economy», attacca Giambattista Scivoletto.

Il fondatore della piattaforma Bed-and-Breakfast.it si scaglia contro la proposta di regolamentazione dei ristoranti fai da te. La tendenza ad aprire la cucina di casa ai viaggiatori alla ricerca di piatti tipici a buon mercato, di cui la startup Gnammo è stata precorritrice, ha varcato le soglie del Parlamento.

Eppure a sei mesi dalla presentazione del testo alla Camera, è arrivata la doccia fredda per chi ha cominciato ad assaporare la cucina locale a casa di gente del posto conosciuta sul web. Veri e propri ristoranti fai da te, con i limiti che una residenza domestica impone, ma che rischiano di rivelarsi meno restrittivi del disegno di legge approvato dalla Commissione Attività Produttive della Camera.

Se il testo dovesse essere approvato dal Parlamento, chi volesse aprire le porte della cucina di casa sua a una coppia di turisti, dovrebbe accettare solo pagamenti in modalità elettroniche. Intento sempre nobile, quello di arginare il nero e l’evasione, eppure difficile da praticare per chi non intende trasformare la voglia di condividere un pasto, in un’attività commerciale a tutti gli effetti.

Inoltre ogni attività può usufruire di un massimo di 500 coperti all’anno, per una media di poco più di un coperto al giorno. Il disegno di legge introduce anche un tetto annuale al reddito di 5 mila euro lordi per le somme conferite dagli ospiti. E infine si prescrive che ogni pranzo e cena serviti, oltre agli avventori, debbano essere registrati dalle piattaforme tecnologiche in un apposito registro elettronico almeno trenta minuti prima della sua fruizione.

«Ciò impedirà ai singoli gestori di Home Restaurant di promuoversi secondo propri canali in maniera autonoma. Il Parlamento ha inteso tutelare in maniera evidente gli interessi della Federazione Italiana Pubblici Esercizi (Fipe), che più volte ha manifestato insofferenza nei confronti di aperture verso i nuovi modelli», scrive il fondatore della piattaforma Bed-and-Breakfast.it.

Già lo scorso marzo, quando il Parlamento aveva provato a normare i servizi della sharing economy in Italia, non erano mancate le polemiche sulle limitazioni ai redditi di chi prova ad arrotondare con l’economia della condivisione. Tra le soluzioni prospettate, allo stesso tempo, ci sarebbe l’allineamento alle normative di altri Paesi europei che consentono ai Bed & Breakfast di ottenere senza particolari vincoli licenze per la somministrazione dell’attività di Home Restaurant.

In sostanza le attività potrebbero andare oltre la prima colazione compresa tradizionalmente nella prenotazione, somministrando il pranzo o la cena su richiesta degli ospiti.

Spiega Giambattista Scivoletto: «In Inghilterra l’attività di Home Restaurant è disciplinata dalle norme igieniche di somministrazione del cibo, ma non ha vincoli di ordine burocratico come in questo caso. Molti Bed & Breakfast sarebbero pronti a integrare l’offerta con l’attività di Home Restaurant se questa, come avviene negli altri paesi europei, richiedesse una dichiarazione di avviamento attività (SCIA) oltre alla necessaria assicurazione e certificazione HACCP, ma non avesse altri vincoli fortemente limitanti, come quelli previsti dall’attuale disegno di legge». In attesa dell’iter parlamentare, i ristoranti possono dormire sonni tranquilli.

Corriere.it – 17 ottobre 2016

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