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Reparti sotto pressione, mancano respiratori. La Regione requisisce quelli dei veterinari. Zaia preoccupato

Corriere Veneto. Più lentamente rispetto a Lombardia ed Emilia ma inesorabili, continuano a crescere in Veneto le curve dei contagi da coronavirus Covid-19 (sono 6969, 431 più di lunedì, a cui vanno aggiunti altri 27 morti per un totale di 237), e degli accessi alle Terapie intensive, nodo centrale di tutto il sistema. Se la Lombardia piange 4178 vittime (a ieri pomeriggio) lo si deve anche alla rapidità con cui ha esaurito i 522 letti pubblici di Rianimazione. Il Veneto è partito da 484 (di cui 459 pubblici) per arrivare a 613, sfruttando tutti gli spazi delle Terapie intensive stesse ma anche le sale operatorie chiuse per la sospensione dell’attività programmata: ognuna ne ospita due. Altre postazioni hanno trovato sistemazione nelle «Recovery Room», le «sale del risveglio» dedicate al monitoraggio post-operatorio, e ulteriori 30 sono state ricavate all’ospedale di Schiavonia, primo «Covid Hospital» del Veneto, che un mese fa ricoverò i due pazienti iniziali, Adriano Trevisan, 77 anni, e Renato Turetta, 67, entrambi di Vo’Euganeo, focolaio iniziale, e deceduti.

Tra oggi e domani saranno attivati altri cento posti di Terapia intensiva, per un totale di 713, ma l’obiettivo è di prepararne 760 pubblici e 65 privati, per una dotazione complessiva di 825.

L’ospedale religioso parificato «Sacro Cuore» di Negrar li ha raddoppiato da 12 a 24, il San Camillo di Treviso ne conta 10, la clinica convenzionata «Pederzoli» di Peschiera è salita da 12 a 20 e il policlinico di Abano ne ha 8. Quindi, partendo dai 713 di domani, negli ospedali pubblici ne mancano ancora 47 e nelle strutture accreditate 14. Ma non ci sono abbastanza respiratori, merce rara come le mascherine: tutto il mondo li cerca e l’Italia non ne produce se non in quantità irrisorie rispetto alla domanda attuale. «Se due settimane fa non avessimo contratto l’attività chirurgica programmata, oggi non avremmo più letti liberi in Rianimazione — conferma il governatore Luca Zaia —. E’ una sfida che non ci fa dormire la notte: oggi contiamo 314 degenti Covid, un po’ meno dell’occupazione ordinaria dei 489 posti originari, e altri 158 ricoverati per altri motivi, in tutto 472 malati. Stiamo intaccando la capacità generale. Se questa crescita lenta ma costante non si ferma, avremo difficoltà a trovare un letto libero in Terapia intensiva per l’ultimo paziente e non vogliamo arrivarci, perciò ho ripetuto ai direttori generali di creare nuovi posti letto — aggiunge il presidente —. Sulla carta ne abbiamo 825, ma mancano i respiratori per attivarli».

La Regione ieri ne aspettava 50 in arrivo dalla Svizzera e ulteriori 200 ne ha chiesti al governo un mese fa, ottenendone per ora una cinquantina. La corsa è soprattutto su Verona, cluster in continua evoluzione e per gestire il quale è stato richiamato Paolo Rosi, direttore del Creu (Centro regionale per l’emergenza-urgenza), distaccato in Sierra Leone un anno e mezzo per far partire il progetto Suem 118 con il Cuamm. «Siamo molto preoccupati — ammette Zaia — la nostra programmazione si è sempre basata sul fatto che questi respiratori dovessero arrivare». «Lunedì ne abbiamo distribuiti 121 in tutta Italia, martedì 135 — spiega Domenico Arcuri, commissario del governo per l’emergenza coronavirus — sono ancora pochi rispetto alle esigenze, ma confidiamo possano aumentare. Quanto alle mascherine, lunedì ne abbiamo consegnate alle Regioni 4,9 milioni di pezzi e ora contiamo sul consorzio di aziende italiane che fra tre giorni inizierà a produrle: a breve copriranno metà del fabbisogno nazionale. Il governo ha stanziato 50 milioni di euro di incentivi per le imprese che riconvertono i loro impianti per produrle».

In attesa di novità, la Regione sta «prendendo in prestito» dagli studi veterinari 50 respiratori: parliamo della parte meccanica, quella che pompa ossigeno. Saranno restituiti una volta finita l’emergenza e intanto si sta testando un devices per collegare due pazienti allo stesso ventilatore meccanico.

Molte nuove postazioni di Terapia intensiva (ognuna costa 66mila euro) sono state comprate grazie alle donazioni, che ormai hanno superato gli 8 milioni di euro. Ieri un privato ha staccato un assegno di 500mila euro per sostenere invece la sperimentazione del farmaco giapponese Avigan, appena autorizzato da Aifa (l’Agenzia del farmaco) e che dovrebbe partire all’ospedale di Padova.

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