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Responsabilità professionale, il cantiere infinito. Intervista a Pierpaolo Vargiu (Affari sociali Camera): «Testo condiviso solo se si fa squadra»

di Barbara Gobbi. Raggiungere una visione d’insieme che consenta di superare i particolarismi delle tante categorie interessate e sovente contrapposte – medici, operatori sanitari, compagnie assicurative, Regioni e aziende sanitarie, pazienti, avvocati – potrebbe essere l’ingrediente capace di mettere la ali a una legge sulla responsabilità sanitaria. Ne è convinto Pierpaolo Vargiu, presidente della commissione Affari sociali della Camera e firmatario di una delle otto proposte, di cui è anche relatore, su cui il Parlamento sta faticosamente lavorando.

È un po’ come la Titina, che tutti la cercano e nessuno la trova…

Bisogna tenere conto di una premessa: che il Parlamento non ha mai modificato l’attuale regime di responsabilità. Fino al 1999 la responsabilità sanitaria era considerata di tipo extracontrattuale. Per effetto di sentenze della magistratura e non per l’attività del legislatore, il regime è stato radicalmente modificato, con il passaggio alla responsabilità contrattuale che ha creato il fenomeno distorsivo della medicina difensiva, che oggi si stima costi al Ssn tra i 10 e i 15 miliardi di euro. Ma oggi abbiamo tutti compreso come, nell’interesse del paziente, queste risorse vadano recuperate per garantirgli le migliori prestazioni possibili.

Nei progetti di legge la responsabilità contrattuale resta confermata…

La partita oggi è spostare l’asse dalla responsabilità del singolo sanitario a quella complessiva del sistema che eroga le prestazioni, pur senza esentare il singolo professionista dai profili di responsabilità. Si sta sempre più considerando l’errore sanitario come un rischio intrinseco che, fatti salvi i casi di dolo, vada ricompreso nei possibili coesiti negativi dell’atto medico.

Quindi state cercando di creare un sistema globale di tutela e prevenzione del rischio?

Qui si entra in un ragionamento ancora più ampio. Non c’è dubbio che tutte le attività di risk management e di segnalazione del quasi-errore volte a garantire processi quanto più possibile standardizzati e sicuri, sono fondamentali. Però è evidente che questo atteggiamento deve tenere conto delle variabili di contesto che sono parte dell’atto sanitario, in sé difficilmente standardizzabile davanti al continuo mutare dei contesti e delle condizioni di operatore e paziente.

A che punto siete in comitato ristretto? Come relatore se la sente di indicare una tappa di arrivo già in referente?

Siamo riusciti a mettere un punto sulla necessità di definire l’atto sanitario e sui profili di sicurezza. Già questo è un passo decisivo, anche considerando che i nuovi “skills” professionali rappresentano un ulteriore elemento da affrontare e risolvere, in un sistema già molto complesso. Quando parliamo di responsabilità parliamo dell’intero funzionamento del sistema sanità Italia: di come funzionano gli ospedali, le macchine, i medici, le professioni sanitarie, i rapporti gerarchici tra il governo dell’ospedale e le strutture cliniche, del trattamento del malato secondo gravità e quindi tutta la medicina difensiva “passiva” che tende a escludere il paziente più grave. In quasi due anni di lavoro estenuante siamo riusciti a far comprendere l’urgenza di una soluzione condivisa agli stakeholder. La stessa commissione presso il ministero della Salute sta facendo notevoli passi avanti: nel momento in cui il punto di caduta diventa chiaro a tutti, si accelerano decisamente i tempi.

Il comma 566 della legge di Stabilità sulle competenze è una polpetta avvelenata?

No, direi che quella è comunque la constatazione di un cambiamento ormai avvenuto nel nostro sistema sanitario, dove molte cose stanno cambiando. Poi è chiaro che quel comma ha inciso sul nostro lavoro, costringendoci a ragionare più attentamente sui temi che quella norma sottende.

Sul fronte assicurazioni e polizze, dove si sta andando?

Le assicurazioni sono un interlocutore essenziale del sistema, un partner e non un ostacolo alla soluzione del problema. Quindi il lavoro è andato in questa direzione: introducendo forme di differenziazione e trasferimento del rischio, che ipotizzino attività diverse di tutela del danno, risarcito o indennizzato. Esiste anche il sistema dell’autoassicurazione, sperimentalmente in piedi in molte Regioni, che considerano come intrinseco all’atto sanitario il rischio del danno: un meccanismo che nei casi di forte difficoltà a valutare l’area del rischio, almeno per una parte importante di tutela del danno, può funzionare.

Quanto aiutano la diffusione del risk manager e l’aggiornamento delle tabelle del danno biologico?

Il risk manager, il sistema di segnalazione degli eventi sentinella e dei quasi-errori, il trasferimento dei “path” del rischio a sistemi nazionali che ne abbiano il monitoraggio sono elementi cruciali della messa in sicurezza di un sistema. Quanto alle tabelle, sono importanti nella definizione dei premi e dei risarcimenti successivi. È chiaro che per un danno alla salute qualunque risarcimento è insufficiente, ma anche guardando ai benchmark europei bisogna ricordare che a un aumento dei risarcimenti corrisponde sempre un aumento dei premi.

Il Sole 24 Ore sanità – 4 giugno 2015 

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