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Ricerca Eurisko. Pensione? Meglio il lotto. Italiano poco informati

Tentare la fortuna al Superenalotto sì, investire nella propria pensione (molto) meno: nel 2011, secondo l’Agenzia delle entrate, sono stati spesi 15 milioni per il gioco d’azzardo e poco più di cinque e mezzo per fondi previdenziali. E il fatturato delle varie lotterie e scommesse è passato dai 14,3 miliardi del 2000 ai 79,9 del 2011, con una previsione di 90 miliardi per l’anno successivo.

Italiani, dunque, scarsamente interessati a come riusciranno a mantenersi una volta lasciato il lavoro, poiché il 66% degli interpellati dall’Eurisko ammette di non conoscere le nuove regole del decreto «Salva-Italia» (legge 214/2011), mentre soltanto due su dieci dichiarano di essersi sottoposti a un «check up previdenziale» per sapere cosa troveranno nel futuro assegno. Temi che non possono rimanere in sospeso, visto che in tempo di crisi la coperta del welfare diventa sempre più corta, e saranno al centro della terza edizione della Giornata nazionale della previdenza (Gnp), presentata ieri a Roma dal suo coordinatore, Alberto Brambilla, già presidente del Nucleo di valutazione della spesa pensionistica del ministero di via Veneto.

Le cifre dell’amministrazione finanziaria, osserva, illustrando la tre giorni di eventi e dibattiti (dal 16 al 18 maggio a Milano, nella sede della Borsa), «dimostrano che manca tutto, tranne i soldi per i giochi che, fra l’altro, subiscono una tassazione dell’11%, ben inferiore a quella della previdenza complementare». In passato si pensava alla pensione soltanto a fine carriera perché, con il generoso metodo retributivo (basato sulla media delle buste paga recenti) erano gli ultimi anni a contare, al contrario adesso valgono i primi periodi lavorativi e la continuità dei versamenti lungo tutto l’arco dell’attività svolta.

E a far suonare il campanello dall’allarme sulla consistenza dell’assegno per coloro che hanno iniziato a praticare un mestiere nel 1996, deve essere la consapevolezza che «lo stato pagherà la sola pensione frutto dei contributi versati, senza più integrazioni», mentre attualmente a beneficiare dell’«aggiunta» pubblica sono quasi 7 milioni di prestazioni, pari al 30% del totale di quelle erogate.

Uno sguardo alle simulazioni della «busta arancione» (l’estratto conto previdenziale nato nei paesi scandinavi, a cui l’Italia si sta adeguando permette di scoprire come, per esempio, al dipendente ventitreenne assunto nel 1996, che si ritirerà nel 2037 con 65 anni d’età e 39 circa di contributi, spetterà una somma pari a circa il 65% dell’ultimo decennio di stipendio; peggio andrà all’autonomo, per il quale la percentuale scenderà fino al 50%. Meglio, perciò, acquisire tutte le informazioni possibili per «occuparsi seriamente del proprio avvenire», conclude Brambilla, annunciando che la Gnp riserverà «un’attenzione particolare alle donne e ai giovani».

ItaliaOggi – 10 aprile 2013

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