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Ricercatori «over-65» e pensionamento, Tar: non si posticipa

PADOVA – Non c’è nulla da fare: che pensione sia. Lo dice pure il Tribunale amministrativo del Veneto chiamato a pronunciarsi sul ricorso presentato da nove ricercatori dell’Università di Padova che il 31 maggio scorso, con decreto firmato dal direttore generale del Bo, erano stati mandati in pensione «per raggiunti limiti di età».

Decisione a cui i nove si erano opposti con tre ricorsi chiedendone l’annullamento per «gravi violazioni» e «falsa applicazione» del decreto «Salva Italia» varato dal Governo di Mario Monti nel dicembre 2011 con cui si andavano a modificare le leggi sul pensionamento. Il ricorso però è stato respinto dai giudici del Tar, che hanno dato ragione alla decisione presa da via VIII Febbraio.

I fatti: tutto inizia con il decreto del maggio scorso che stabilisce per nove ricercatori (Leopoldo Becagli, Gianumberto Carvello, Enrico Congedo, Vincenzo Costantino, Francesca Franchini, Roberto Gori, Guido Marcer, Giuseppe Olmi e Salvatore Perrone) il «collocamento a riposo per raggiunti limiti di età»: 65 anni. Per loro la pensione sarebbe dovuta scattare il primo ottobre 2012, ovvero dal via dell’anno accademico successivo al compimento del 65esimo anno d’età. Candeline che – ricorda la motivazione del Tar – tutti i nove ricercatori avevano già spento entro il primo ottobre 2012. La decisione del Bo era stata presa sulla scorta di una circolare del marzo 2012 della Funzione Pubblica secondo cui in base proprio al cosiddetto decreto «Salva Italia», coloro che entro il 31 dicembre 2011 avessero raggiunto «i requisiti» per la pensione (i 65 anni compiuti o i 40 anni di lavoro) avrebbero smesso di lavorare in base ai criteri precedenti a quelli stabiliti dal Governo Monti. Una porta che non poteva essere aperta «neppure su opzione», spiega la circolare della Funzione Pubblica.

Ma proprio l’intreccio con la nuova legge sull’età pensionabile – il compimento entro fine 2011 sia dell’età anagrafica, sia dell’anzianità contributiva – erano il motivo del braccio di ferro iniziato dai ricercatori con il Bo, che però ha finito per prevalere davanti ai giudici del tribunale amministrativo. Decisivo per le toghe il richiamo da parte dell’Università alla «normativa vigente» in tema di lavoro «prima dell’entrata in vigore» della riforma varata dal ministro Elsa Fornero, e il fatto che al 31 dicembre 2011 (come riportato nella legge precedente al «Salva Italia») i nove ricorrenti avessero compiuto il quarantesimo anno di lavoro. Proprio l’aver soddisfatto uno dei due requisiti richiesti dalla vecchia legge sulle pensioni (richiamata nel decreto con cui venivano messi in pensione i nove ricorrenti), ha tagliato le gambe al ricorso dei ricercatori secondo cui la loro situazione doveva essere rivalutata alla luce del mix tra età anagrafica e lavorativa richiesta dal ministro Fornero.

Corriere del Veneto – 5 marzo 2013

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