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Ricetta Cantone-Cottarelli per tagliare 4,5 miliardi sulle forniture agli uffici. Le formule per aggirare il tetto ai listini

Tra i 6 e i 7 miliardi di euro da risparmiare in un anno, solo sugli acquisti delle pubblica amministrazione. È senza dubbio ambizioso l’obiettivo che si è dato il governo per confermare nel 2015 il bonus da 80 euro, ed eventualmente ritoccarlo a vantaggio delle famiglie numerose. Ma per raggiungere questo risultato non si punta solo sull’accorpamento delle centrali d’acquisto, che firmando contratti più corposi dovrebbero essere in grado di spuntare prezzi più bassi. Anzi.

Come spesso accade, più che regole nuove serve il rispetto delle regole esistenti. E nel campo delle forniture pubbliche, senza spostare un comma o nemmeno una virgola, si potrebbero risparmiare in un anno 4,5 miliardi di euro. Tanto vale lo scostamento dei contratti firmati ogni anno dalla pubblica amministrazione rispetto ai cosiddetti prezzi di riferimento della Consip, la società del ministero dell’Economia che si occupa proprio degli acquisti per gli uffici pubblici. Per la maggior parte delle forniture, dalle stampanti all’energia elettrica, Consip indica dei parametri di qualità/prezzo che dovrebbero essere rispettati anche dall’ente pubblico che preferisce comprare per conto proprio. Dovrebbero.

Quei paletti vengono spesso aggirati infilando nei capitolati delle piccole variazioni sulle caratteristiche del prodotto che, almeno in teoria, giustificano un prezzo più alto. La differenza tra i prezzi effettivamente pagati l’anno scorso da chi ha proceduto all’acquisto per conto proprio e quelli indicati dalla Consip dà proprio quei 4,5 miliardi e mezzo di euro: una cifra che da sola rappresenterebbe un quarto della spending review messa in preventivo per l’anno prossimo. Il punto è come far rispettare davvero un obbligo che già c’è. In Corea vanno per le spicce: la loro Consip è autorizzata dalla legge a bloccare in tempo reale ogni contratto chiuso a livello locale che non rispetti i suoi parametri di prezzo e qualità. E si tratta della Corea del Sud, quella democratica per intendersi. In Italia i controlli possono arrivare soltanto «a babbo morto», mesi dopo che il contratto è stato chiuso e quando ormai c’è poco da fare. Ma in fondo è proprio questo l’obiettivo delle lettere che il commissario alla spending review , Carlo Cottarelli, e il presidente della nuova Autorità nazionale anti corruzione, Raffaele Cantone, hanno spedito agli enti pubblici sospettati di eccessiva generosità negli appalti. Il passato è passato ma almeno si può far sentire il fiato sul collo a chi deve chiudere i contratti nei prossimi mesi. Con la speranza che almeno una parte di quei 4,5 miliardi di euro venga recuperata più o meno spontaneamente.

Poi c’è il capitolo sull’accorpamento delle centrali d’acquisto. Oggi sono oltre 30 mila, scenderanno a circa 200 secondo la logica che sui grandi contratti si riescono a spuntare prezzi migliori. Il piano Cottarelli indicava un massimo di 30/40 centrali ma quel numero riguarda solo i maxi-appalti, al di sopra di una soglia ancora da decidere che potrebbe essere fissata a 5 milioni di euro. In questo caso a passare attraverso le nuovi grandi centrali – tra le quali la stessa Consip e quelle regionali – sarebbero 3 mila forniture l’anno. Sotto ci saranno le centrali uniche di committenza, che dovranno servire più Comuni evitando la frammentazione di oggi e che alla fine saranno tra 100 e 150.

L’obbligo di accorpamento per i Comuni viene da lontano: era previsto addirittura dal decreto salva-Italia del governo Monti, quasi tre anni fa. Ma è stato più volte rinviato, l’ultima proroga di mezza estate è proprio del governo Renzi, e adesso dovrebbe partire dal primo gennaio del 2015. Un altro slittamento farebbe saltare i conti della spending review ma c’è ancora un punto interrogativo.

È vero che il gruppo spunta un prezzo migliore del singolo. Ed è vero anche che, applicata al bilancio dello Stato, questa regola antica si dovrebbe trasformare in un certo risparmio di denaro pubblico. È però possibile che il meccanismo, di per sé virtuoso, concentri su poche e (tendenzialmente) grandi aziende i soldi pagati dallo Stato per le sue forniture. Resta da vedere quali saranno gli effetti su un Paese arrivato ormai al settimo anno di crisi.

Lorenzo Salvia – Il Corriere della Sera – 25 agosto 2014 

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