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Riflessione semi-seria. “Mina” nel piatto. Ma cos’è questa robina qua?

di Stefano Biolchini. Evviva la fantasia, chi più ne ha più ne metta: l’ultimo arrivato è il ragù equino della Star. Nel mare delle sofistificazioni in continuo aggiornamento, con conseguente aumento d’ansia per mamme e angoscia per le massaie in affanno non solo per i prezzi, nemmeno il dizionario sembra poterci tranquillizzare.

Perché è fin troppo chiaro, se la cronaca sopravanza inesorabilmente all’insegna delle novità più schifiltose, se si continua così al supermarket saremo costretti ad andare con tanto di elmetto e maschera antigas all’insegna della nostra guerra quotidiana: il bollettino recita infatti, ultimi venuti, i “colibatteri fecali”, (si proprio così, fecali) in alcune tortine al cioccolato in distribuzione nel neo-tempio della famiglia tutta: gli store Ikea.

Ma torniamo alla consolazione del dizionario: per la bibbia della Treccani per sofisticazione alimentare si intende “intervento fraudolento perpetrato ai danni del consumatore di prodotti alimentari arrecandogli danni di natura economica e igienico-sanitaria”. Tralasciando l’aspetto economico, che di questi tempi è una gara durissima per centometriste dal carrello bollente, lo stesso dizionario individua diversi tipi:

a) adulterazione, ovvero modificazioni nella composizione analitica (è poco rassicurante, ma è così, in principio fu il vino al metanolo, ricordate… correva l’anno 1986, la mucca pazza era ancora da venire e il pollo alla diossina non era contemplato neppure negli incubi peggiori da casalinghe disperate, mentre gli hamburger inglesi non emettevano ancora strani “nitriti” inizialmente attribuiti dagli aficionados della carne tritata alla variabile invernale di mucche particolarmente raffreddate, perché non sia mai, tutti lo sanno, il cavallo in Inghilterra è sacro…).

b) sofisticazione propriamente detta, che consiste nell’aggiungere all’alimento sostanze estranee alla sua composizione (tipo coloranti & company, potrebbe essere definita come una prova d’artista, chessò un gioco di tavolozza che rende il lecca lecca di vostro figlio d’un rosso ben più brillante di quello Tiziano, con effetti collaterali che però non si limitano alla sola variante estetica…)

c) falsificazione, che consiste nella sostituzione totale di un alimento con un altro (tipo che c’è da ringraziare se la mozzarella di bufala è bianca e non blu ed è fatta con il solo latte di mucca, e molto da pregare per farsi perdonare se il kebab – come da cronaca recente – ha fra le sue carni macinate perfino il vietatitissmo maiale, orrore di qualsiasi musulmano che si rispetti…)

d) contraffazione, che consiste nel mettere in vendita prodotti industriali con nomi o marchi atti a indurre in inganno il consumatore (il parmesan è solo l’esempio più famoso, mentre le varianti luxury sfumano nel tipo miracolo alle Nozze di Cana, in grado perfino di trasformare il vino di terz’ordine in champagne millesimato);

e) alterazione, ovvero la cattiva conservazione (tipo i residuati di topi nel formaggio come grande classico, o i bulloni nel panino da fast food, che pare facciano bene solo al dentista).

Segno dei tempi: le tavolate d’una volta, con tanto di matrone alla Sora Lella sempre indaffarate a scodellar spaghetti, non esistono più, e a tavola oggi tra alterazioni, contraffazioni, falsificazioni e altre diavolerie d’ogni genere il massimo del bon vivre che si possa raggiungere è rappresentato dalle calorie sull’etichetta (attenzione, pare che talvolta più che i prezzi siano queste le uniche ad essere ribassate), mentre il dizionario più che sotto le braccia – come si faceva una volta per insegnar il bon ton alle signorine – è forse bene tenerlo di fianco ai fornelli, prima di scambiare la cronaca su un’adulterazione con le ultime gossip da adulteri reali . Che poi, a proposito di ricordi stile anima mia, al bancone del mercato fa quasi tenerezza vedere che i macellai ancora si attengono alla norma scrupolosa di vendere il coniglio con la testa, onde evitar sorprese d’antan (ricordate che ai tempi della guerra toccava difendersi dal pericolo del “gatto” marinato?). E’ così, verrebbe da dire che per la cuoca d’oggidì è già un successo se il coniglio riesce a condirlo senza un retrogusto di farcitura al propanol-benzene… altro che “attenti, pericolo gatto”!

Ecco, se è vero che le varianti sofisticate sono talmente tante che perfino gli appelli della Coldiretti e delle associazioni dei consumatori si susseguono ormai giornalmente, è normale che le padrone di casa con l’occhio più attento si siano traformate nelle eroine del quotidiano, alle prese con spese ecosolidali, acquisti collettivi in condominio e presso fattorie a chilometri zero, svegliatacce all’alba per comprare frutta e verdura biologiche. Tutte le altre sono avvisate: vi ricordate – quando i birignao culinari della Benedetta Parodi erano ben al di là da essere una moda – i quesiti della schifiltosa e altezzosetta signora bene milanese che:

“in cucina non ci entro mai, eh? Cosa c’è nella padella mmm che profumino, fai assaggiare un pezzettino? ma che bontà, ma che bontà, ma che cos’è questa robina qua…”

Al posto del Vitello delle Ande, del Bovino della Gallura, del Barolo delle Langhe, dell’Aleatico dell’Elba e del Cacao della Bolivia l’ironica Mina aveva trovato “cacca”.

Che di questi tempi, come dire, secondo come butta le era andata pure bene.

Il Sole 24 Ore – 7 marzo 2013

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