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Riforma Pa: anche i militari (e tutti i magistrati) in pensione più tardi. La proroga non si allunga ma si allarga

La proroga non si allunga ma si allarga. E già questo dà il segno di quanto l’età pensionabile «di fatto» di alcune categorie sensibili nella macchina dello Stato, come magistrati e militari, sia stato uno dei passaggi più difficili in questi giorni di limatura del decreto legge sulla Pubblica amministrazione.

Nella sua ultima versione cambia ancora la fine del cosiddetto trattenimento in servizio, cioè la possibilità di rimanere al lavoro anche dopo aver raggiunto l’età della pensione. Il testo uscito più di 10 giorni fa dal consiglio dei ministri stabiliva che per tutti i dipendenti pubblici i «tempi supplementari» non potessero andare oltre la fine di ottobre del 2014. Con l’eccezione dei magistrati che ricoprono incarichi direttivi, che potevano arrivare alla fine del 2015. Da quel momento è partito un lungo braccio di ferro, con l’ipotesi di una proroga più lunga, fino al 2017, e il tentativo di coinvolgere anche altre categorie, come i medici, i militari, a un certo punto anche i professori universitari.

Nel decreto che ha ricevuto il via libera della Ragioneria generale dello Stato, e che il presidente della Repubblica dovrebbe firmare a breve, la data della proroga non è cambiata. Resta ferma al 31 dicembre 2015. Ma è aumentato il numero delle persone coinvolte. La nuova scadenza non riguarda solo i magistrati che hanno incarichi direttivi, quelli che guidano una procura o un tribunale. Ma, più semplicemente, tutti i magistrati, con l’aggiunta degli avvocati dello Stato. E si allarga anche ai militari, ma non alle forze dell’ordine. Proroga concessa, dunque, ad esercito, marina, aeronautica, carabinieri e anche guardia di finanza. Ma restano fuori polizia, corpo forestale e guardie penitenziarie, che con i loro sindacati parlano di «sperequazioni». Dopo le osservazioni del Quirinale, alcune misure escono dal decreto per trasferirsi nel disegno di legge delega, che avrà tempi più lunghi. È il caso della soppressione delle sezioni distaccate dei Tar, i tribunali amministrativi regionali; dell’obbligo di mettersi fuori ruolo, al posto della semplice aspettativa, per i magistrati che ricoprono un incarico di vertice nella pubblica amministrazione. E anche della nuova scuola unica della pubblica amministrazione o del commissariamento del Formez, il centro studi per l’ammodernamento della macchina statale. Tutte scelte per le quali non ci sarebbero i requisiti di necessità e urgenza previsti dalla Costituzione. Il taglio del 50% dei distacchi sindacali viene confermato ma slitta di un mese, dall’inizio di agosto all’inizio di settembre. Mentre i dubbi sul divieto di incarichi a chi è in pensione vengono superati consentendo di lavorare a chi è pronto a farlo gratis, e comunque senza toccare gli incarichi in essere al momento dell’entrata in vigore del decreto.

Confermata la cancellazione di un’altra norma che era stata inserita non nel decreto ma nel disegno di legge delega, e cioè l’idea di legare una parte dello stipendio dei dirigenti all’andamento dell’economia italiana. Probabilmente ha pesato la paura di subire un gran numero di ricorsi. Tutto rinviato, come chiaro da giorni, anche sull’accorpamento degli archivi di Aci e Motorizzazione.

Non ci dovrebbero essere grandi novità, invece, su tutte quelle misure che riguardano i semplici impiegati della pubblica amministrazione. Come la mobilità obbligatoria entro i 50 chilometri o la cancellazione del nulla-osta in caso di trasferimento, con gli uffici che saranno costretti ad «accettare» chi decide di spostarsi. Confermato lo «spacchettamento» delle misure in due decreti legge: quello sulla pubblica amministrazione conterrà anche le norme sull’anticorruzione, nell’altro ci saranno la parte sulla competitività delle imprese, più le norme sull’agricoltura e l’ambiente.

Mini-deroga per i militari: in servizio fino a fine 2015

Si allenta la stretta sui vertici delle Forze armate. I militari in pensione, e richiamati in servizio (attraverso l’istituto del collocamento in ausiliaria) non dovranno lasciare l’incarico alla scadenza del prossimo 31 ottobre come originariamente previsto dalla bozza del Dl sulla riforma della Pa, licenziata lo scorso 13 giugno.

Per loro la nuova deadline è fissata al 31 dicembre 2015, come stabilito per i magistrati che invece non avranno alcun ulteriore slittamento dei termini sulla revoca del trattamento in servizio. Il decreto Madia è alla firma del Capo dello Stato e la sua pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale è attesa per oggi.

Per tutti i magistrati, non quindi solo quelli con funzioni direttive o semidirettive, non ci sono novità, nonostante i ripetuti allarmi lanciati nei giorni scorsi dalla categoria: per loro il trattenimento in servizio terminerà a fine 2015, o alla scadenza naturale se in data anteriore. Per tutti gli altri pubblici dipendenti, invece, la deadline rimane fissata al prossimo 31 ottobre, con l’obiettivo di favorire il ringiovanimento dell’amministrazione pubblica. Per un costo pari a 2,6 milioni per il 2014, che diventano 75,2 milioni per il 2015 e raggiungono 152,9 milioni a decorrere dal 2018.

I tecnici della Funzione pubblica spiegano che la prevista deroga per i militari nasce dal fatto nelle Forze armate si va in pensione prima (60-62 anni) e non esiste il trattenimento in servizio ma il collocamento in ausiliaria, che sostanzialmente risponde alla stessa logica che è quella di consentire a chi è andato in pensione di poter continuare a prestare il proprio lavoro (da richiamato) in questo caso per una durata fino a cinque anni. I militari in questi giorni premevano per una deroga più ampia o la totale salvezza del collocamento in ausiliaria. La strada scelta dal Governo è stata invece quella di consentire agli attuali vertici militari (in pensione, ma in servizio perché richiamati) di proseguire il lavoro fino al 31 dicembre 2015, per evitare pericolosi vuoti d’organico nelle gerarchie delle Forze armate.

Per i magistrati viene confermato che non potranno ricoprire incarichi dirigenziali negli uffici di diretta collaborazione utilizzando l’istituto dell’aspettativa. Dovranno cioè mettersi “fuori ruolo” (la norma oggi vale solo se si ricopre il ruolo di capo di gabinetto), anche se viene espressamente indicato che sono fatte salve le aspettative esistenti.

Nessuna novità sul fronte del taglio agli onorari aggiuntivi degli avvocati di Stato e degli altri enti pubblici. In caso di sentenza favorevole per l’Erario è prevista una sforbiciata dei compensi professionali (che si aggiungono allo stipendio) dal 75% al 10% (che si azzerano in caso di pronunciata compensazione integrale delle spese di lite).

Confermato il divieto di attribuire incarichi dirigenziali al personale pubblico o privato collocato in quiescienza, ma con un’importante novità. L’articolo non si applica «agli incarichi e alle cariche presso gli organi costituzionali». Nel testo definitivo è saltato l’articolo sul divieto di cumulo di retribuzioni e di riduzione delle consulenze nella Pa. È introdotta, invece, una norma sull’abilitazione scientifica nazionale (per i professori universitari): i lavori delle commissioni sono prorogati al 30 settembre, in attesa della revisione della disciplina che arriverà con un decreto entro luglio.

Per la mobilità volontaria, in via sperimentale non servirà l’assenso dell’amministrazione di provenienza. Per quella obbligatoria viene fissato un limite di distanza di 50 chilometri. Si allenta poi il blocco del turn-over: per il calcolo delle percentuali (20% per quest’anno) non si farà più riferimento alle “teste” uscite ma alla spesa sostenuta dall’amministrazione. Confermato anche il taglio del 50% dei distacchi e permessi sindacali che scatterà dal 1? settembre (invece che dal 1? agosto). Dimezzati i tempi di durata dell’incompatibilità nella Authority, scesi da 4 a 2 anni. Altra novità, infine: il Governo entro il 31 ottobre dovrà approvare un’agenda della semplificazione per il triennio 2015-2017.

Il Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore – 24 giugno 2014 

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