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Riforma Pa. Politici, spunta il salvacondotto. L’«autonomia» del dirigente metterà primi cittadini e assessori al riparo dal danno erariale

di Gianni Trovati. Inflessibile con i dipendenti «improduttivi», la riforma della Pubblica amministrazione in cottura al Senato potrebbe rivelarsi gentilissima con i politici che sono stati o sono ancora amministratori locali, ai quali sembra promettere una sorta di “salvacondotto” per metterli al riparo dalla Corte dei conti. La novità spunta tra gli emendamenti presentati al Senato dal relatore della «legge Madia».

Dimensioni ed efficacia della barriera che sarà eretta fra la politica ei magistrati contabili dipendono naturalmente dai decreti attuativi, perché a Palazzo Madama si sta discutendo della legge delega, che fissa i principi generali. Da questo punto di vista la nuova regola, scritta negli emendamenti depositati dal relatore (Giorgio Pagliari, del Pd) e quindi figli di un confronto con il Governo, sembra lasciare margini piuttosto ampi, anche grazie a una formulazione che agli occhi dei tecnici non brilla per chiarezza.

Per leggerla bisogna arrivare al nuovo comma g-quater dell’articolo 13 della legge delega, scritto nell’emendamento 13.500, dove si chiede al Governo di rafforzare «il principio di separazione tra indirizzo politico-amministrativo e gestione anche attraverso l’esclusiva imputabilità agli stessi della responsabilità amministrativocontabile per  l’attività gestionale». Tradotto, significa che in nome dell’autonomia dei dirigenti, i politici non potrebbero essere chiamati in questi casi a rispondere per danno erariale, e quindi a restituire al bilancio pubblico i soldi persi a causa del danno.

Ma che cos’è davvero «l’attività gestionale», e quali sono i suoi confini? La partita si gioca tutta qui, e non è semplice. È «attività gestionale», per esempio, quella di un assessore al personale che guida la delegazione del Comune nella trattativa sui contratti decentrati e firma accordi in cui si sforano i parametri di legge, come avvenuto in tanti Comuni? Sono «attività gestionale» le nomine fuori regola, le assunzioni illegittime, i ripiani eccessivi delle perdite nelle partecipate?

La risposta a queste domande dovrebbe toccare ai decreti attuativi, ma c’è un problema. Nella giurisprudenza della Corte dei conti è piuttosto costante l’applicazione della «esimente politica», che esclude dalla responsabilità ministri o amministratori locali per scelte che sono il frutto diretto del loro ruolo. In questo senso, dunque, la «separazione» delle responsabilità fra i politici e i dirigenti richiesta dall’emendamento alla delega Madia già esiste. Una nuova norma, quindi, sembra puntare quanto meno ad allargare il raggio d’azione di questa «esimente». Di quanto?

A chiederselo potrebbero essere in tanti, soprattutto fra gli amministratori locali (attuali o ex) che oggi stanno affrontando un processo in Corte dei conti. Tra questi spicca per celebrità il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che il 15 luglio prossimo dovrebbe rispondere ai magistrati toscani della nomina di quattro dirigenti quando era presidente della provincia di Firenze. In questo caso il presunto danno è stimato fra i 200mila e gli 800mila euro, ma davanti alle varie Procure contabili finiscono vicende molto più pesanti: ad Alessandria, per esempio, l’ex giunta di centrodestra è stata condannata a risarcire 7,6 milioni di euro con l’accusa di aver “aggiustato” i bilanci per rispettare sulla carta un Patto di stabilità sforato nella realtà, e la palla è passata all’appello.

Come sempre accade sul terreno penale, la definizione puntuale della nuova regola sarà importante anche per i processi in corso, perché se un reato smette di essere tale cadono anche tutte le partite giudiziarie che lo riguardano.

Il Sole 24 Ore – 23 gennaio 2015 

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