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Riforma del pubblico impiego, i dirigenti assunti in prova per tre anni. Nel decreto conferme solo ai meritevoli

dirigenti paLa riforma della Pubblica amministrazione sarà approvata in Consiglio dei ministri il 13 giugno. Tra le ipotesi, c’è l’accesso alla dirigenza con un contratto a tempo determinato e la possibilità di trasformarlo a tempo indeterminato «sulla base del rendimento del primo triennio». Il governo accelera, una parte della riforma sarà anticipata con un decreto legge: le norme riguardano i nuovi assunti . Le differenze di stipendio tra amministrazioni saranno cancellate. Per l’assegnazione degli incarichi prevista una preselezione di un esperto indipendente . Dopo la tirata di fiato per le elezioni europee, il governo riprende la corsa sulle riforme. La prima in agenda è quella della Pubblica amministrazione. Il 31 maggio si concluderà la consultazione on line, per la quale sono arrivate oltre 30 mila mail, come ha ricordato ieri il ministro Marianna Madia.

Ma molti dei 44 punti presentati in forma sintetica stanno prendendo forma. A cominciare dalla riforma della dirigenza statale. Domani ci sarà un incontro «politico» con Regioni, Comuni e Province per sciogliere alcuni nodi. Tra le carte che iniziano a girare, tuttavia, emergono alcune novità rispetto alle indicazioni emerse fino ad oggi. Tra le ipotesi messe nero su bianco da parte del governo c’è l’accesso alla dirigenza con un contratto a tempo determinato  con la possibilità di trasformarlo a tempo indeterminato “sulla base del rendimento del primo triennio”.

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 I nuovi dirigenti, insomma, sarebbero in prova per trentasei mesi, solo a valle di questo arco temporale verrebbero confermati oppure no. Non sarebbe comunque l’unico meccanismo di accesso. La seconda porta d’ingresso alla dirigenza sarebbe il corso-concorso, ma si entrerebbe come funzionali, salvo poi dopo qualche anno sostenere un esame per diventare dirigenti. Con Anci, Upi e Regioni, il governo ha intenzione anche di valutare la possibilità che anche gli enti locali possano reclutare i propri dirigenti attraverso i concorsi banditi per la dirigenza statale. Sullo sfondo, a prescindere dal meccanismo di ingresso, resta il tema della licenziabilità. Questa sarà collegata al ruolo unico. Chi rimarrà senza incarico per un certo periodo potrà essere messo alla porta. I dirigenti potranno anche essere revocati sulla base di «presupposti oggettivi» che saranno individuati ed elencati. E anche le ipotesi di responsabilità dirigenziale saranno semplificate.

Novità anche sulle retribuzioni. Non soltanto, come annunciato, saranno legate al merito con una valutazione che terrà conto «di indicatori relativi sia a obiettivi di interesse generale o dell’amministrazione», oltre che alla valutazione del dirigente. Ci sarà anche una «perequazione delle retribuzioni nell’ambito del ruolo unico». Oggi gli stipendi dei dirigenti variano da amministrazione ad amministrazione, con il paradosso che chi lavora in un Tar o, per esempio, alla Presidenza del Consiglio, può arrivare a guadagnare cifre molto più alte di chi è impiegato alle Entrate o in un altro ministero. Queste differenze saranno cancellate.

Anche i meccanismi di assegnazione degli incarichi cambieranno. Ci sarà una «preselezione» fatta da un «soggetto indipendente». Gli incarichi comunque, saranno a tempo determinato e con obbligo di rotazione successiva. La riforma prevedere anche la definizione di un rapporto massimo tra dirigenti e dipendenti e la distinzione tra dirigenti ed « esperti», che non gestiscono risorse umane o finanziarie. In una lettera inviata al ministro Madia, il Cida ha chiesto di rendete «le carriere dei dirigenti impermeabili all’influenza dei vertici politici delle Amministrazioni».

Andrea Bassi –  Il Messaggero – 28 maggio 2014 

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