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Riforme costituzionale e lavoro, prossimi sette giorni decisivi

In settimana la maggioranza proverà a chiudere quel poco (o quel tanto) di intese messe in cantiere. Si registra nei tre maggiori partiti una certa fretta, perché dai primi di marzo in poi la politica sposterà tutta l’attenzione sulle prossime amministrative

La campagna elettorale prenderà il sopravvento, ed è piuttosto difficile che forze politiche in concorrenza vogliano stipulare accordi proprio alla vigilia del voto

Quindi dobbiamo attenderci che la bozza di riforma della Costituzione, cui stanno lavorando gli “sherpa” nella distrazione generale, venga definita nei dettagli entro la fine del mese, in modo che l’iter parlamentare incominci prima del peggioramento meteo-politico. Qualcuno dei protagonisti sostiene che un testo nero su bianco sarà pronto già in settimana. Discorso analogo per quanto riguarda i temi del lavoro: cresce nei partiti l’aspettativa che i primi giorni di marzo possano rappresentare l’ora della verità. Se la decisione del governo su articolo 18 e dintorni dovesse tardare, per le varie anime della maggioranza impegnate nei comizi sarebbe ancora più duro accettarla. Quindi aspettiamoci sette giorni di frenetici negoziati sopra e sotto il banco.

Lastampa.it – 20 febbraio 2012

Tagli ai parlamentari saranno 200 in meno

Circa 500 deputati contro gli attuali 630 e circa 250 senatori contro i 315 oggi insediati a Palazzo Madama. Dovrebbero essere questi i nuovi numeri di Camera e Senato se davvero sarà varata una nuova legge elettorale accompagnata da importanti modifiche costituzionali. E’ possibile che, come avviene in Germania, venga fissato solo un numero indicativo di parlamentari. I risparmi ipotizzabili ammontano a circa 50 milioni annui.

IL FOCUS

Quasi 200 parlamentari in meno un risparmio di 50 milioni l’anno. Il progetto allo studio prevede 500 deputati e 250 senatori . Oggi sono 630 i seggi a Montecitorio e 315 quelli a palazzo Madama Da tempo si parla di ridurre la pattuglia. La sfobiciata dovrebbe essere al primo punto della bozza bipartisan Il tema al centro delle polemiche anti-casta . Con la riduzione ogni eletto rappresenterà tra i 130.000 e i 200.000 abitanti

L’intesa di massima tra i partiti sulla legge elettorale e sulle modifiche costituzionali collegate ruota intorno alla scelta del proporzionale corretto e alla riduzione del numero dei parlamentari. I deputati tornerebbero in gran parte ad essere votati direttamente dagli elettori e scenderebbero da 630 a 500 circa (è probabile che il numero preciso non sarà fissato, come accade oggi in Germania) e i senatori da 315 a 250 circa. Salterebbero quindi quasi 200 poltrone, oltre il 20% del totale. I risparmi? Modesti in assoluto ma molto significativi simbolicamente visto che si tratterebbe di una cinquantina di milioni in meno sugli oltre 230 milioni assorbiti dalle retribuzioni annuali degli attuali parlamentari. Altri risparmi poi – impossibile quantificarli oggi – potrebbero scattare per la conseguente riduzione degli affitti per gli uffici e per il calo dei numero dei dipendenti delle Camere.

Ammesso che dopo anni di chiacchiere si faccia sul serio, e che davvero si riesca a sfoltire l’esercito dei parlamentari, due domande sorgono spontanee tra gli stessi addetti ai lavori. La prima: è ragionevole il numero di 500 deputati o non sarebbe più opportuno tagliare ancora di più? La seconda: è proprio necessario – si chiedono diversi parlamentari – avere una seconda Cameracon senatori eletti dal popolo? E, se sl, cosa farà?

La risposta alla prima domanda si può trovare oltre le Alpi. Con più o meno gli stessi abitanti dell’Italia (60 milioni), la Gran Bretagna elegge 650 deputati esclusivamente con collegi uninominali. Le poltrone della camera francese, invece, sono 577 tutte assegnate con collegi a maggioritario a doppio turno. Grosso modo quindi in queste due nazioni ogni deputato rappresenta un po’ più di 100 mila abitanti. Un rapporto numerico eletto-elettori leggermente più alto (1/134.000) si ritrova in Spagna, Paese di circa 47 milioni di abitanti che ha una Camera dei deputati con 350 membri. E su questo rapporto si colloca anche la Germania dove vivono 81 milioni di persone che alle ultime elezioni hanno eletto 612 membri del Bundestag (il sistema tedesco prevede un numero di parlamentari che oscilla intorno a quota 600).

Non è un caso, quindi, che l’ipotesi di nuova legge elettorale – orientata al modello tedesco con correzioni – ruoti intorno alla cifra di 500 deputati. In Germania-semplificando- i deputati si eleggono in base ai voti proporzionali dati ai partiti ma entrano in parlamento coloro che hanno la percentuale più alta del proprio collegio uninominale. Questo meccanismo consente ai parlamentari teutonici di lavorare su collegi di circa 200 mila abitanti. Non molto dissimili da quelli previsti dalla vecchia legge elettorale maggioritaria, il Mattarellum, in vigore in Italia fra il 1994 e il 2005. «Se i deputati fossero molti di meno – dicono i fautori della riforma – i collegi sarebbero troppo grandi, gli elettori non potrebbero conoscerei torodeputati e le spese per la politica aumenterebbero a dismisura».

Già, ma i senatori? E’ davvero necessario, si ragiona tra i costituzionalisti, avere due Camere anche se la riforma dovrebbe prevedere la fine della navetta continua delle leggi fra Montecitorio e Palazzo Madama? All’estero solo Francia e Spagna hanno Senati elettivi. A Berlino la seconda camera, il Bundesrat, è un organo di secondo grado nominato dai parlamenti regionali (la Germania è uno stato federale). Le indiscrezioni sulla riforma elettorale in gestazione a Roma danno per certa la non eliminazione del Senato ma non si capisce ancora di cosa esattamente si occuperanno i senatori (commissioni d’inchiesta? Voteranno solo le leggi più importanti?). Il tema è delicatissimo anche perché si corre il rischio di maggioranze diverse nelle due Camere. Una cosa però è certa: introdurre il proporzionale alla tedesca,ovvero un proporzionale che funziona, vuol dire introdurre nella Costituzione italiana la sfiducia costruttiva e quindi un voto che cambi un governo solo quando è pronto un altro esecutivo. E i voti di fiducia o di sfiducia costruttiva dovrebbero avvenire solo a Camere riunite per evitare, così, che il Senato da solo blocchi l’attività governativa.

Il Messaggero – 20 febbraio 2012

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