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Riforme. Deleghe al 76%, incompiuti catasto e dirigenti pubblici. L’attuazione di Fisco, Buona scuola, riforma Pa, Jobs act ha generato 240 atti applicativi

Hanno quasi tutte tagliato il traguardo temporale della prima fase – quella del varo dei decreti delegati – con un buon tasso di attuazione, il 76,4%, ma lasciando incompiute riforme con più peso specifico di altre.
Le leggi delega nel corso di questa legislatura sono spesso intervenute su materie di carattere economico affiancando leggi “ordinarie” e decreti legge, per tessere e rivedere una disciplina organica di settori cruciali come fisco e lavoro. Con il loro impatto moltiplicatore.
Concluso infatti il primo livello di attuazione, i decreti legislativi per essere pienamente effettivi hanno bisogno a loro volta di altri atti applicativi. Un effetto “matrioska” che appesantisce ulteriormente il lavoro di Palazzo Chigi e degli uffici legislativi dei ministeri. Un carico aggiuntivo che, considerando le misure più importanti (delega fiscale, Jobs act, riforma Pa e Buona scuola), tocca quota 240.
Delega fiscale (legge 23) e Jobs act (legge 183) sono state approvate nel 2014. Nel primo caso la delega rimandava a 20 decreti legislativi, in gran parte messi a punto, anche se su alcuni settori alla scadenza del termine di legge previsto il lavoro è rimasto a metà. È il caso della riforma del Catasto, dove la delega è stata esercitata solo per la parte relativa alla composizione e al funzionamento delle commissioni censuarie, mentre non è stato affrontato il vero nodo, quello della revisione del catasto dei fabbricati con le nuove classificazioni, che riaffiora periodicamente anche nei richiami di Bruxelles all’Italia.
Incompiuta anche la revisione della tassazione dei redditi d’impresa che una volta scaduti i termini per esercitare la delega è stata in parte recuperata con la manovra di fine anno che ha introdotto con l’Iri un nuovo regime di tassazione separata del reddito d’impresa. Il Jobs act, prima delega di peso dell’era Renzi, ha completato il quadro dei decreti legislativi previsti ad eccezione delle norme di semplificazione: i principi di delega erano 5 e hanno prodotto – in conseguenza del fatto che una delega può essere tradotta in realtà da uno più decreti attuativi – 10 atti applicativi.
Sempre al Governo Renzi vanno ascritte le due deleghe 2015: quella di riforma della pubblica amministrazione (legge 124) e l’altra sulla Buona scuola (legge 107).
Il puzzle della riforma Madia è stato completato. Sul cammino dei decreti attuativi ha anche pesato la sentenza della Corte costituzionale dell’anno scorso che ha dichiarato illegittima la parte della delega in cui prevedeva solo il parere e non l’intesa con le Regioni.
Passaggio che riguardava cinque provvedimenti applicativi: società partecipate, dirigenza sanitaria, licenziamento disciplinare, dirigenti della Pa e servizi pubblici. I primi tre decreti erano già stati predisposti al momento del pronunciamento della Consulta ed è stato, dunque, necessario un intervento “correttivo” da parte del Governo, mentre gli altri due, che non erano ancora stati messi a punto, sono saltati.
Mentre la delega sulla scuola è arrivata al traguardo l’ultimo giorno utile: gli otto decreti attuativi sono stati approvati da Palazzo Chigi a metà gennaio alla vigilia della scadenza delle deleghe e ora sono tutti in vigore. Tutta attuata invece la direttiva sugli appalti. Ed è proprio al termine di questa fase 1, cioè l’entrata in vigore dei decreti delegati che scatta il cosiddetto “effetto matrioska”, ulteriori atti di secondo livello necessari per poter essere operativi. Il Jobs act, per esempio, ne prevede altri 57, la delega fiscale 52, la Buona scuola 46 e la riforma della pubblica amministrazione 85.
Al pacchetto ormai completato si è aggiunto ora il Jobs act degli autonomi (legge 81/2017) con un corredo di tre principi di delega da attuare. Ma siamo ancora alle battute iniziali.
Il Sole 24 Ore – 13 agosto 2017

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