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Riforme, l’attuazione sale al 72,6% ma dalla manovra arriveranno altri 155 provvedimenti da varare. L’arretrato sfoltito anche grazie al nuovo «taglia-leggi»

Anche per l’attuazione delle riforme arriva il bilancio di fine anno: la produzione dei provvedimenti necessari per tradurre in pratica le misure per lo sviluppo e la crescita varate dagli ultimi tre Governi fa registrare un ulteriore passo avanti, raggiungendo il 72,6 per cento. Tradotto in cifre, significa che rispetto ai quasi mille decreti e regolamenti complessivamente previsti, ne sono stati adottati 717. Ne mancano, quindi, all’appello 271, di cui 128 sono già scaduti.

Quasi completato l’iter delle riforme messe in campo dagli Esecutivi di Monti e Letta: per quanto riguarda il primo l’attuazione è all’82,8%, mentre Letta è al 71,2 per cento. Più indietro l’applicazione degli interventi previsti dall’attuale Governo di Matteo Renzi, che si ferma al 60,2%, ma che sconta una minore anzianità anagrafica delle riforme.

Il taglia-leggi

Sull’attuazione iniziano a farsi sentire gli effetti delle misure studiate dal Governo per sfoltire lo stock e snellire le procedure di predisposizione dei decreti necessari. Sul primo versante è intervenuto a fine novembre il taglia-leggi – previsto dalla riforma Madia – con il quale sono stati eliminati 46 provvedimenti attuativi addebitabili soprattutto alle riforme Monti e Letta, diventati obsoleti perché sorpassati da altre norme. Sulla velocizzazione del meccanismo, invece, comincia a influire il vincolo – anche questo introdotto dalla delega al Governo per riformare la Pa – che prevede, in caso di concerti tra più ministeri nella predisposizione di un decreto, un tempo limite di trenta giorni per esprimere il parere, scaduti i quali quest’ultimo si dà per acquisito.

L’attuazione della stabilità

Nonostante le misure deflattive, lo stock dei decreti è, però, destinato a salire. Il nuovo anno parte con il carico della legge di stabilità appena approvata che, nonostante le intenzioni dichiarate più volte dal Governo di confezionare leggi il più possibile autoapliccative, reca con sé un pesante fardello di interventi di legislazione secondaria. Frutto anche del fatto che solitamente il passaggio parlamentare tende a far crescere il numero delle misure applicative.

Così è stato anche per la manovra di fine anno. Ne è venuto fuori un testo “monstre” dall’alto dei suoi 999 commi riuniti in un unico articolo. Dimensioni che faranno sentire tutto il loro “peso” anche in sede di attuazione, visto che necessiterà di almeno 155 step successivi tra decreti ministeriali, interministeriali, Dpcm, provvedimenti fiscali, protocolli d’intesa, comunicazioni. Quasi una quarantina in più della prima manovra targata Matteo Renzi (l’anno scorso i provvedimenti attuativi si erano fermati a quota 119, anche se ora la cifra è scesa a 95 perché alcune misure hanno perso attualità) e praticamente il doppio dell’ultima finanziaria targata Enrico Letta, che nel 2014 ne aveva contati 77 (ora diventati 69).

Scendendo nelle pieghe delle misure, in gran parte dei casi si tratta di decreti ministeriali. Affidati a uno o più dicasteri. Un ruolo di primo piano – com’era del resto immaginabile per un articolato che ha raccolto l’eredità della vecchia finanziaria – spetterà al ministero dell’Economia, che dovrà occuparsi di temi non da poco. Uno su tutti: le modalità di funzionamento del Fondo di solidarietà per risarcire i risparmiatori delle quattro banche sottoposte a “risoluzione”, attese entro il 30 marzo. Ancora prima dovrà attivarsi invece il ministero dell’Istruzione, chiamato a emanare entro il 31 gennaio un decreto per l’inserimento delle spese universitarie nella dichiarazione dei redditi precompilata. E un super-lavoro toccherà anche a Palazzo Chigi, visto che la stabilità prevede ben 27 decreti del presidente del Consiglio. Come quello che disciplinerà il bonus da 500 euro che i neo-diciottenni potranno spendere in cultura.

L’effetto matrioska

A rendere più tortuoso il cammino del Governo c’è poi il capitolo delle leggi delega, con i decreti delegati che a loro volta prevedono ulteriori misure applicative, generando un effetto matrioska. Le quattro deleghe che finora hanno tagliato il traguardo (Jobs act, Fisco, Pa e in parte scuola) richiedono per essere tradotte in pratica complessivamente 46 decreti delegati.

Questi ultimi gemmano, a loro volta, altre decine di provvedimenti attuativi. Solo il Jobs act e la delega fiscale ne prevedono 128: 71 la prima riforma e 57 la seconda. E qui i lavori vanno a rilento: per quanto riguarda i decreti del Jobs act, ne è arrivato al traguardo solo uno, relativo al capitolo sul riordino dei contratti. La delega fiscale è, invece, un po’ più avanti e ha fatto arrivare in porto 22 decreti, di cui 14 riguardano il 730 precompilato, che ne prevede in tutto 17 e, dunque, ha quasi completato l’iter attuativo.

Tutto fermo, invece, per la Pa e la scuola, dove si attendono ancora i decreti delegati: 18 per la pubblica amministrazione (è stato fatto solo il taglia-leggi) e 9 per la scuola.

Eugenio Bruno – Il Sole 24 Ore – 27 dicembre 2015 

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