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Rivoluzione Veronesi la terza generazione passa al comando. Escono il presidente Bruno e i fratelli, restano solo i figli

Rivoluzione in Veronesi Holding, centro gravitazionale del quarto colosso agroalimentare italiano per fatturato: il potere lo prende in mano la terza generazione della famiglia proprietaria. Passaggio classico, preparato e maturato nel tempo, ma molto chiaro nei suoi contorni: escono i genitori, restano i figli che d’ora in poi avranno presenza esclusiva in cda, se si eccettua l’amministratore delegato Luigi Fasoli.

La notizia è stata diffusa ieri, ma le formalità si sono compiute con l’ultima assemblea dei soci. Il nuovo consiglio di amministrazione, in carica fino al 2020 (ovvero all’approvazione del bilancio 2019) ha sei componenti, cinque in meno di quello precedente. E in questa sottrazione è già svelato il percorso intrapreso: finora nel board siedevano il presidente Bruno Veronesi, i suoi fratelli Carlo, Giordano, Marcella e Luisa, tutti insieme ai rispettivi figli, uno a testa. Dopo il lungo periodo di affiancamento e coesistenza, la svolta di queste settimane: il consiglio sarà guidato da Mario (figlio di Carlo) nelle vesti di presidente, con Marcello (figlio di Giordano) nel ruolo di vice. Completano la squadra Tommaso, il cui padre è Bruno, Antonio Nicodemo (la madre è Luisa Veronesi) e Francesco Ballini (figlio di Marcella Veronesi). Il sesto componente è appunto l’ad Fasoli al quale, come fa sapere una nota ufficiale, «vengono affidati in via esclusiva i compiti operativi ed esecutivi». Un modo per sottolineare la separazione di funzioni e compiti all’interno del gruppo, manager da una parte e famiglia proprietaria dall’altra. Anche se, pare di capire, è molto difficile immaginare i consiglieri Veronesi nel ruolo di puri soci non operativi. Sicuramente «al consiglio compete la funzione di supervisione strategica», fa sapere ancora il comunicato. E ogni componente di questa terza generazione era già impegnato con qualche ruolo in una o più realtà del gruppo. Di più non si apprende dalla società, come sempre piuttosto parca di notizie in questo senso, se non che i «nuovi» cinque Veronesi oscillano tutti tra i 40 e i 50 anni di età.

L’uscita della seconda generazione riguarda, inutile dirlo, figure assai rilevanti. Parliamo del presidente uscente Bruno, classe 1946, in Aia nel 1974, società guidata per decenni; di Giordano, classe ‘40, ex leader di Confindustria Verona dal ‘91 al ‘97; di Carlo, insignito causa di laurea honoris in Veterinaria al Bo di Padova nel 2003. Protagonisti, questi, di una crescita lunga e irresistibile, cominciata grazie ad Apollinare, il loro padre, il capostipite, che nel maggio del ‘58 trasformò il molino di famiglia in un piccolo mangimificio industriale. E che, a 90 anni e oltre, prendeva regolarmente posto in ufficio la mattina. Si spense nel 2010, sette anni fa, lasciando un gruppo che era un impero fatto. Una storia, un percorso di crescita segnato idealmente dalla progressione delle forze di lavoro: i 13 dipendenti iniziali, i circa 400 quando furono Bruno e i fratelli a prendere le redini, gli ottomila circa di oggi, se si contano tutte le realtà del gruppo, dai mangimi Veronesi alle carni Aia e ai salumi Negroni, marchi che per la loro notorietà non hanno bisogno di presentazioni. Il bilancio 2016, approvato con l’assemblea di maggio, parla di 2,8 miliardi di ricavi e 93 milioni di Ebitda, con l’export a quota 472 milioni.

Tutto lascia pensare, dunque, a un passaggio generazionale ampiamente preparato. Che, forse, non a caso avviene adesso. Un indizio forte lo ha fornito lo stesso Bruno Veronesi nell’intervista al nostro giornale del 20 maggio scorso: «Noi siamo grandi in Italia, ma lo siamo meno nel contesto europeo. Dobbiamo competere con i nostri concorrenti tedeschi, spingere una politica di acquisizioni. E la quotazione in Borsa potrebbe finanziarla». Un disegno che, nelle mani dei figli quarantenni, potrebbe ricevere un’ulteriore spinta.

C.T. – Il Corriere di Verona – 3 giugno 2017

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