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Covid. Rsa, in autunno decessi più che raddoppiati rispetto alla primavera. Zaia: «La variabile è il lockdown». Ma l’escalation dei contagi pone molti interrogativi

Come si spiega oggi, in questa seconda fase dell’epidemia Covid, un numero di morti nelle Rsa più che raddoppiato  rispetto ai primi mesi infernali in cui il caos regnava sovrano, tanto che le procure indagavano? A questa domanda, dati alla mano, cerca di dare una risposta oggi il Corriere del Veneto, sentendo innanzitutto il presidente Luca Zaia. Ricordiamo, a margine, che quando si parla di Rsa in Veneto si parla in totale di oltre trecento strutture, più di 30 mila ospiti e trentamila dipendenti.

“Sono le Rsa del Veneto i luoghi che sembrano continuare a pagare il tributo più alto al Covid-19: quasi duemila morti dall’inizio della pandemia -. scrive Martina Zambon – Si sapeva, certo. Ma a colpire è la scansione temporale. Il 26 maggio si annunciava come un traguardo la riapertura alle visite nelle case di riposo. I mesi di lockdown per gli anziani ospiti sono stati, di fatto, tre. Fino a quella data, però, i decessi registrati nelle Rsa sono stati «solo» 600. Durante la prima fase, il contagio fuori controllo si è concentrato «solo» sul 25% delle strutture, dei lazzaretti circoscritti. Il 75% delle case di riposo è rimasto un fortino. Durante l’estate, poi, la tregua. Ma da ottobre il lugubre pallottoliere ha ricominciato a macinare numeri vertiginosi. Al 10 dicembre i morti sfioravano quota duemila: 1.400 in un paio di mesi contro i 600 dei due mesi di primavera”.

Come si spiega – continua la giornalista – un numero di morti più che raddoppiato rispetto ai primi mesi infernali in cui il caos regnava sovrano tanto che le procure indagavano? Per dare una risposta a questa domanda, l’assessore regionale alla Sanità e al Sociale, Manuela Lanzarin, sta mettendo a punto uno studio sulla mortalità, incluse le case di riposo”. I numeri invitano a un rigoroso senso di responsabilità: sul totale regionale di 322 residenze, 28.714 ospiti, di 3.662 positivi di cui 160 ricoverati e 1.968 deceduti. La percentuale dei positivi supera il 12%. Gli operatori si fermano al 3,7% di positività ma restano un vettore di ingresso pericoloso nelle strutture. Su 34.790 operatori, 1.291 sono positivi. Per parte sua il presidente Luca Zaia spiega: “La maggior parte dei morti ha più di 80 anni. Il piano che abbiamo messo a punto per averle in sicurezza è molto aggressivo eppure i morti sono di più. Su marzo e aprile sappiamo, dopo il confronto con gli stessi mesi dell’anno prima, che il tasso di mortalità si è alzato anche del 32%. E sappiamo che allora il virus si concentrava su un quarto delle strutture, ora, invece, è più strisciante e diffuso. La variabile sui due periodi è il lockdown. In primavera operatori e amministrativi che, unici, entravano nelle strutture dall’esterno, vivevano per il resto il lockdown. Oggi, invece, dall’esterno si porta all’interno delle strutture una vita con meno vincoli in cui il virus è più latente“.

Un’analisi interessante quella del presidente, che porta a individuare almeno uno degli elementi che può aver fatto la differenza tra le due fasi, contribuendo senz’altro all’impennata di contagi e di decessi nelle strutture per anziani. E che dovrebbe suggerire qualche considerazione… 

Ma su come sia stata (e sia) gestita l’emergenza Covid nelle residenze sanitarie assistite  è opportuno introdurre altri elementi di riflessione. Nella seconda fase dell’emergenza (dopo che la prima aveva tragicamente rivelato come le Rsa fossero, nella stragrande maggioranza dei casi, del tutto impreparate a fronteggiarla), la Regione ha annunciato “di aver imposto alle residenze assistite regole molto strette, fino alla realizzazione di spazi separati fra ospiti positivi e non, e arrivando, nei giorni scorsi, a raddoppiare i tamponi rapidi agli operatori: due a settimana”.

Proprio l’utilizzo dei test antigenici rapidi, però, rappresenta un elemento di forte criticità, data la scarsa sensibilità che li rende inadatti alle attività diagnostiche, in particolare all’uso sul personale sanitario assistenziale o su soggetti fragili come gli anziani. Come gli enti istituzionali di ricerca e la letteratura scientifica hanno più volte rimarcato. A maggior ragione questo tipo di test non è indicato per il monitoraggio di un focolaio, data la percentuale di errore troppo elevata rispetto al tampone molecolare, considerato la prima scelta e l’unico indicato in questi casi. Vedi in proposito Diagnosticare COVID-19: gli strumenti a disposizione. Il punto dell’ISS

Altro punto critico quello della adozione nelle strutture di protocolli di sicurezza con le misure anti-Covid, redatti in base alla valutazione dei rischi, per garantire il contenimento del virus e la salute degli ospiti. Ora, a fronte di un’escalation dei contagi come quella cui stiamo assistendo, sorgono spontanei alcuni interrogativi. Come sono stati stilati e applicati quei protocolli? E, soprattutto, sono adeguati ai nuovi livelli di rischio?

Elementi che  andrebbero valutati se vogliamo davvero fermare la strage di una generazione. Perché senza il contagio anche se 80enni questi anziani avrebbero continuato le loro vite… 

 

a cura redazione Sivemp Veneto 

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