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Sanità, braccio di ferro. Il Governo vuole tagliare tre miliardi dal Patto. Lorenzin pronta a cedere 40 milioni

lorenzin estate 2Il corpo a corpo è rinviato alla prossima settimana. Matteo Renzi ha dato altri tre giorni di tempo ai ministri per mettere nero su bianco le loro proposte di tagli per i singoli dicasteri. Poi domenica sera, se com’è probabile l’auto-riduzione delle spese non risulterà sufficiente, il premier procederà a organizzare il “confessionale” per i giorni successivi: incontri a quattr’occhi con ciascun ministro. Obiettivo: strappare qualche taglio in più. L’imperativo del premier, alla ricerca di 20 miliardi con cui riempire la legge di stabilità, confermare il bonus di 80 euro e procedere a una nuova sforbiciata delle tasse sul lavoro a favore delle imprese, è categorico: «Ogni ministro deve portare proposte di tagli pari al 3 per cento del loro budget».  Ma l’impresa si annuncia tutt’altro che semplice.

Ad esempio il ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin, è disposta a offrire il 3 per cento solo riguardo al budget del suo dicastero. Vale a dire: più o meno 40 milioni. Ma non ha alcuna intenzione di sforbiciare il fondo per sanità su cui si regge il Patto per la salute, sforbiciata però che potrebbe rendere 3 miliardi.

Insomma, si annuncia una sanguinosa battaglia a meno che Renzi e Padoan decidessero di non procedere al « dolorosissimo taglio». Scontata, infatti, anche la rabbiosa reazione delle Regioni. Anche se, fanno notare all’Economia, il Patto per la salute prevede che ci possano essere riduzioni rispetto alle risorse pattuite (112 miliardi per il 2015 e 115,4 per il 2016) qualora l’andamento economico lo richiedesse.

Tutti i ministri hanno già il mal di pancia. «Spero che i tagli siano il meno possibile e non è detto che per la Difesa ci siano», incrocia le dita Roberta Pinotti. E Federica Guidi è descritta «molto allarmata». La responsabile dello Sviluppo economico teme di dover procedere a risparmi sul fronte degli incentivi alla imprese e di ritrovarsi assediata da Confindustria. Guai in vista anche per gli altri dicasteri di spesa, come gli Interni, gli Esteri, Infrastrutture e la Giustizia. La Scuola invece dovrebbe uscirne indenne: «Per l’anno prossimo daremo 900 milioni in più all’Istruzione e due miliardi nel 2016», garantisce Renzi che avrebbe voluto avviare la partita dei tagli già ieri pomeriggio. Ma in mattinata, valutate le asenze di Angelino Alfano (Interni) e Federica Mogherini (Esteri), ha disdetto il vertice fissato per dopo pranzo, chiedendo ai ministri di mettere nero su bianco le loro proposte entro domenica.

Solo la Lorenzin si è presentata puntuale all’appuntamento: in mattinata era stata impegnata in un convegno con il premio Nobel Lue Montaigner e non è stata avvertita del rinvio.

 I CONTI DEI MINISTRI

Lorenzin è stata la prima a sperimentare il format che Renzi ha in mente per la spending review. I colleghi di governo hanno capito il messaggio e hanno iniziato a fare di conto. Il ministero per lo Sviluppo economico, per esempio, dovrà garantire 400 milioni di risparmio su 12 miliardi di budget. La giustizia tra i 250 e i 300 milioni su un rendiconto di 8 miliardi. Anche le Infrastrutture oscillano attorno ai 400 milioni, mentre la Difesa dovrebbe essere chiamata a contribuire con 600 milioni. Il ministero del Lavoro di Giuliano Poletti ha un budget di 110 miliardi, ma dentro ci sono i trasferimenti alla previdenza e all’assistenza sociale che valgono da soli un centinaio di miliardi. Se però a Poletti fosse applicata la regola del 3%, anche il Lavoro dovrebbe concorrere alla causa con più di 3 miliardi. Ma chi dovrà fare lo sforzo maggiore è il ministero dell’Economia: il budget di via XX settembre sfiora i 530 miliardi. Dentro c’è di tutto, da circa 200 miliardi per il rimborso del debito e altri 80 per il pagamento degli interessi, fino ai contributi all’Unione europea. Molte voci, insomma, sono decisamente rigide. Se però l’obiettivo da raggiungere è quello dei 20 miliardi, anche Padoan dovrà mettere mano al portafoglio per non meno di 6-7 miliardi.

Andrea Bassi e Alberto Gentili – Il Messaggero – 11 settembre 2014

Tagli alla sanità. La rassegna stampa di oggi

Renzi: dai ministri una lista scritta di tagli. Il premier chiede un piano dettagliato e vede la Lorenzin: costi standard nella sanità per ridurre l’Irap

Alessandro Barbera. L’alto funzionario di un ministero di spesa – lo chiameremo il signor X – è fra il preoccupato e il trafelato: «L’indicazione ricevuta ieri dall’ufficio del ministro è di fornire una proposta per iscritto entro venerdì sera. Per allora dobbiamo individuare tagli pari al tre per cento del nostro bilancio. Ma per ottenere risultati del genere occorre fare scelte molto, molto dolorose. Abbiamo discusso per mesi di revisione della spesa per ritrovarci ai metodi di Tremonti e Padoa Schioppa». In effetti la richiesta di Matteo Renzi ai suoi ministri somiglia molto alle ricette che il Tesoro ha tentato a lungo di imporre ai vertici dell’amministrazione dello Stato: fate le vostre scelte, l’importante è reperire all’interno di ciascun bilancio ciò che è necessario per far tornare i conti. Raccontano a palazzo che il premier avrebbe passato un pezzo del week-end a studiare i bilanci dei ministeri di spesa. Il signor X commenta: «Sa qual è il problema? Che i numeri di un ministero li può decrittare solo un funzionario esperto della Ragioneria». Eppure – è bene sottolinearlo – quali siano le criticità della spesa italiana è noto a tutti.

La richiesta di Renzi sarà proporzionale ai bilanci dei dicasteri, ma anche al peso specifico di ciascuno nella determinazione delle grandi voci di spesa. Non è un caso se ieri l’unico ministro che ha incontrato a quattr’occhi Renzi è stata Beatrice Lorenzin. L’annuncio da parte del premier di un ulteriore sforbiciata alle tasse sul lavoro ha a che fare con lei: poiché la tassa che più grava sul lavoro (e sulle buste paga) è l’Irap, e poiché quella tassa serve esclusivamente a finanziare la spesa sanitaria, è a lei che il premier chiederà uno sforzo importante. La spesa sanitaria vale 110 miliardi di euro, è la terza dell’intero bilancio dello Stato dopo pensioni (270 miliardi ) e stipendi (altri 170). Al netto della propaganda, lo spazio per risparmiare c’è. Lo dimostrano i conti delle singole Regioni: alcune con bilanci in salute (su tutte Lombardia, Emilia, Toscana) altre con passivi importanti, guardacaso quelle nelle quali non è stata ancora introdotta una centralizzazione degli acquisti su larga scala. Basti citare il Lazio, la Campania, la Sicilia, e al Nord il Piemonte, dove il neoassessore Saitta ha ereditato una gestione disastrosa e ora punta a imitare le esperienze più virtuose, in particolare quella emiliana. Per dare una nuova sforbiciata all’Imposta regionale sulle attività produttive di un altro dieci per cento sono necessari un paio di miliardi di euro: questo è l’obiettivo minimo che Renzi si è prefisso di raggiungere attraverso anzitutto l’introduzione di un primo pacchetto di costi standard, la procedura che impone di non superare un prezzo limite nelle forniture. Il governo ce la farà? La storia recente ci dice che sarà dura: un anno fa, quando a Palazzo Chigi c’era Enrico Letta, la Lorenzin si alleò con i presidenti di Regione e riuscì a sventare il progetto del Tesoro di tagliare quasi quattro miliardi di euro. Stessa cosa accadde a Monti due anni prima nel famoso decreto Salva-Italia: invece di un taglio di due miliardi del fondo sanitario, gli italiani si ritrovarono con un aumento delle accise della stessa entità. Stamattina a Roma si incontrano i presidenti di Regione: all’ordine del giorno c’è la strategia per rintuzzare i propositi del governo. Per chi deve stringere la cinghia la tesi è sempre la stessa: risparmiare si può, ma ci vuole tempo. Quello che nessun governo è mai disposto a concedergli.  (La Stampa)

Sanità, via ai tagli. Stop agli sprechi negli acquisti delle Asl. Ecco il piano italiano per la crescita Ue. Renzi striglia i ministri

Chiesta una lista a ogni dicastero per arrivare a 20 miliardi, senza toccare il welfare. Stop agli sprechi negli acquisti delle Asl. Tasi, si prepara una semplificazione

Roberto Petrini. È la sanità l’obiettivo numero uno del governo alla caccia di 20 miliardi per la manovra 2015. Il piano al quale stanno lavorando al ministero dell’Economia non dovrebbe toccare i servizi, ma incidere sugli enormi sprechi di efficienza che sono emersi dai monitoraggi degli ultimi mesi. Nel mirino ci sono i costi delle forniture e degli approvvigionamenti. Un progetto ambizioso che è stato già oggetto di colloqui tra il ministro dell’Economia Padoan e la titolare della Sanità, Lorenzin.

ILDOSSIER caldo dei tagli alle spese è stato affrontato ieri durante il Consiglio dei ministri con un primo giro di tavolo. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha chiesto ai vari dicasteri relazioni scritte, ma – sintomo della tensione che si addensa sul comparto – ieri pomeriggio il premier ha incontrato la Lorenzin che si è recata a Palazzo Chigi. «Spero che i tagli non riguardino la sanità», ha ripetuto ieri il ministro della Sanità. L’allarme c’è ma il governo sembra abbastanza determinato: i servizi non si taglieranno, non ci sono però aree intoccabili «Non c’è scritto Croce Rossa», era la battuta che girava ieri.

Se da una parte il cerchio si stringe sui tagli alle inefficienze sanitarie, dall’altra il governo assicura che le pensioni non saranno toccate e che l’intenzione in una fase come questa, dopo il terzo anno di recessione (il dato negativo viene ormai considerato scontato anche quest’anno), è quella di continuare con la riduzione delle tasse. Il Tesoro è convinto che l’operazione 80 euro per essere efficace ha bisogno di diventare strutturale e dunque essere confermata. Ma soprattutto – novità delle ultime ore – ci sarà un ulteriore taglio dell’Irap e, se si potrà, un intervento di semplificazione sul ginepraio della Tasi.

La partita resta tuttavia assai complessa. Escludendo il Welfare, sul quale continuano a giungere dai massimi livelli rassicurazioni, la torta aggredibile si riduce. Considerando 6 miliardi dalla spending review sui vari dicasteri, non restano molte altre zone di caccia. La lotta all’evasione, sulla quale lo stesso premier Renzi aveva detto di contare per 3 miliardi, risulterebbe di assai difficile quantificazione. Anche la spesa per interessi, in diminuzione dopo le mosse della Bce, darebbe «alcuni miliardi» ma si agirà con molta prudenza perché non è assolutamente certa la futura stabilizzazione dei mercati.

Il tavolo europeo, sul quale l’Italia potrebbe giocare le sue carte, non è affatto in dila scesa. Anzi, di richieste di sconti (dalle infrastrutture, ai fondi europei alla Cig) non si parla neppure. Anche la parola «flessibilità», sebbene in cambio di riforme, sembrerebbe tabù e lo stesso ministro delle Finanze tedesco Schauble avrebbe suggerito al nostro governo italiano di non parlarne neppure, pena la reazione dei mercati. L’unica strada su cui può contare l’Italia è il percorso che porta a quella che viene definita «premialità»: fare le riforme istituzionali, la pubblica amministrazione e il job act, e poi contare che in aprile, quando ci sarà la valutazione della legge di Stabilità da parte della Ue, ci siano consentiti ulteriori margini. (Repubblica)

“Operazione terrore” per convincere i ministri poi il premier li manda nelle scuole

Roberto Mania. La spending review rischia di trasformarsi in un incubo per i ministri. Perché da ieri è scattata quella che tra Palazzo Chigi e via XX settembre, sede del ministero dell’Economia, hanno chiamato “operazione terrore”. Vuol dire che i tagli di spesa o li faranno i singoli ministeri rispettando i target indicati (in media un risparmio del 3 per cento), oppure ci penserà la squadra dei tecnici che affianca Matteo Renzi d’intesa con quelli di Pier Carlo Padoan. Una morsa che si sta stringendo soprattutto sui dicasteri di spesa, Sanità in testa. D’altra parte l’obiettivo di un taglio alle uscite nel bilancio statale di 20 miliardi di euro con la prossima legge di Stabilità resta assolutamente confermato.

Renzi ha chiesto ai ministri di presentare le proprie proposte («fate voi le scelte») possibilmente entro il weekend e anche di “tornare” lunedì prossimo, giorno di riapertura delle scuole, nei licei dove si sono diplomati. Un modo — secondo il premier che andrà a Palermo nell’istituto di don Puglisi ucciso nel 1993 dalla mafia — per segnalare la centralità della formazione nella strategia di “mille giorni”. Il recupero di competitività del sistema Italia passa inevitabilmente dai banchi di scuola. Il modello tedesco è anche questo.

Ma intanto il presente, e i tagli della spesa pubblica improduttiva. Di certo da ieri sera gli alti burocrati ministeriali hanno accelerato l’esame dei propri bilanci. Perché ad eccezione della spesa pensionistica e, per ovvie ragioni, quella per interessi non c’è nulla che Palazzo Chigi consideri intoccabile. Nemmeno la sanità, che non vuol dire necessariamente una riduzione delle prestazioni. Vuol dire, piuttosto, fare in modo che i costi per l’acquisto di beni e servizi rispettino davvero gli standard individuati. Il Patto per la salute che il ministro Beatrice Lorenzin (Ncd) ha sottoscritto un paio di mesi fa con le Regioni non pare riceva grande considerazione dalle parti dell’Economia e di Palazzo Chigi. Pensano che si possa fare molto di più. Ed è chiaro ormai che la Lorenzin abbia fiutato l’aria. Da giorni ripete che un eventuale intervento sul Fondo sanitario si tradurrebbe in una riduzione delle prestazioni sanitarie. Ma non è questo lo spirito renziano della spending review: il premier non vuole avere come interlocutori “rappresentanti sindacali del settore”, chiede un altro approccio. Chiede di non chiudere gli occhi davanti al «grasso che cola» in tutta la Pubblica amministrazione. E chiede scelte politiche, oltre a non fermarsi di fronte alle obiezioni che possono venire dai tecnici perché spesso difendono proprie aree di potere ministeriale. La spending review è, dunque, pure una partita di potere nelle stanze dei diversi ministeri. Dove tra i tecnici (i gufi?) non si aspetta altro che un compromesso al ribasso con il ritorno di fatto ai tagli lineari dell’epoca tremontiana che indebolirono la politica e non scalfirono affatto lo strapotere delle burocrazie. «Con il taglio del 3 per cento — ripetono all’unisono i tecnocrati — al massimo si recuperano sei miliardi». Questa, dietro le quinte, è la sfida con Renzi che ne vuole 20 di miliardi di minore spesa.

I ministeri comunque non sono tutti uguali. Così da alcuni dicasteri Renzi si aspetta di più. La selettività dei tagli è anche questa. Dal ministero dello Sviluppo economico, per esempio, potrebbe arrivare un risparmio superiore al 3 per cento. Già ieri sera il ministro Federica Guidi ha riunito tutti i direttori del ministero. Nel mirino — su un bilancio di 12 miliardi compresi i 7,5 controllati da Palazzo Chigi attraverso il Dipartimento per lo sviluppo — c’è il ginepraio degli incentivi alle imprese, quelli che hanno contribuito in maniera significativa a fare del nostro capitalismo un modello ibrido, un po’ privato, un po’ assistito oltreché pubblico. La Guidi pensa che si possano tagliare. D’altra parte nemmeno la Confindustria (almeno a parole) difende gli incentivi soprattutto se in cambio dovesse arrivare, come non esclude più il ministro dell’Economia Padoan, una riduzione del costo del lavoro agendo sull’Irap o su altre voci.

Dalla prossima settimana le proposte scritte dei ministri saranno sul tavolo del presidente del Consiglio. Si vedrà se saranno adeguate a raggiungere l’obiettivo indicato da Renzi. Altrimenti interverrà Palazzo Chigi. (Repubblica)

11 settembre 2014

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