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Sanità sostenibile, la grande sfida: fare lo stesso con meno

L’ultimo allarme – forse il più significativo per la sua provenienza (la ex “casa madre” del professor Monti) – è arrivato non più di due settimane fa dal Cergas Bocconi: chi l’ha detto che in sanità «fare lo stesso con meno» sia un «automatismo» scontato? Ovvero, come riuscire nell’impresa impossibile di garantire gli stessi risultati di salute con meno risorse dopo i tagli plurimiliardari di questi anni alla sanità pubblica?

Meno fondi, meno capacità di soddisfare i bisogni di salute, è l’equazione sposata dalla Bocconi. Perché lotta agli sprechi e sfide della razionalizzazione e della sana gestione sono ineludibili. Ma non bastano, in un quadro più o meno futuribile di insostenibilità che coinvolge i sistemi sanitari occidentali. Per l’Italia, che nel 2050 avrà il 33% di popolazione ultrasessantenne, a bocce ferme il rischio di far precipitare nel baratro il Ssn non è un mero esercizio teorico. Per questo, la sfida sul futuro della sanità italiana è apertissima. E non può essere respinta o dimenticata a colpi di ideologie.

Quale welfare sanitario possibile, quale universalità salvare e come: queste le domande a cui dare risposta. Perché è in un quadro fortemente critico per tutti i sistemi sanitari che vanno lette le parole del premier Monti che hanno suscitato scandalo: «Ssn a rischio se non si trovano altre modalità di finanziamento». Salvo poi derubricare a «discussione aperta», smentendo voglie di privatizzazione e indicando la rotta dei fondi integrativi.

Bocconi, Censis, Ambrosetti, Farmafactoring, Ceis Tor Vergata, in fondo concordano. Ma confermando il pericolo di mancata tenuta – dunque di abbandono – del Ssn. Con acccenti che denunciano il crollo della copertura pubblica per gli italiani, il crescere esponenziale della spesa privata, le liste d’attesa che lievitano, la fuga verso il low cost con tutti i rischi del caso. Perfino la scelta che sempre più le famiglie fanno di rinviare le cure (o di rinunciarvi) sotto i colpi della crisi: il Censis ha calcolato 9 milioni di persone «in fuoriuscita» dalle cure, 2,4 milioni anziani e 4 milioni al Sud e nelle isole. Partiti, sindacati, tutti gli operatori – privati compresi – concordano e accentuano i toni del rischio-disfatta. Ciascuno con le sue ricette. Ma tutti interrogandosi su come costruire il nuovo welfare.

Ma davvero il futuro e la salvezza possono essere i Fondi integrativi, il secondo pilastro sanitario? Detto che il fenomeno in Italia non è al top ma che vanta 4,5 miliardi di valore delle prestazioni, oltre 350 soggetti in campo, 7,2 milioni di iscritti e 1,5 milioni di assistiti, è chiaro che Fondi, Casse e Mutue non basteranno. E che nel fondo si agita lo spettro di creare assistenza sostitutiva, di espellere intere categorie dall’assistenza pubblica. Che a quel punto retrocederebbe anch’essa. Ipotesi estreme, ma da tenere d’occhio. Tanto che molti economisti rigettano del tutto l’ipotesi “fondi integrativi” e negano che il Ssn sia un buco nero: «Possiamo vantare addirittura uno spread positivo anche verso la Germania», assicura la professoressa Nerina Dirindin dell’Università di Torino.

Un riconoscimento della qualità complessiva della sanità italiana, dei passi in avanti che sono stati fatti. Anche se non tutto è eccellenza, col Sud quasi tutto commissariato e sotto tutela. Con i ritardi spaventosi – anche più di 1.600 giorni nella asl 1 di Napoli – dei rimborsi ai fornitori. Il tutto, mentre sta per scattare la tagliola della spending review e la pressione cresce su ospedali, asl, privati. Con la sanità del Lazio, che per commissario ha Enrico Bondi “mani di forbice”, dove tutta l’ospedalità privata è in fermento per i nuovi tagli, quella cattolica trema e intanto regala il pessimo esempio del fallimento dell’Idi di Roma. Colpi che deve subire perfino l’ospedale del papa, il Gemelli.

I numeri intanto ci consegnano diverse chiavi di lettura e di interpretazione anche per capire cosa è avvenuto in questi anni sotto il cielo del Ssn. Per valutare se sono state solo razionalizzazioni e i tagli sono solo «leggende metropolitane», come afferma il ministro Renato Balduzzi. Dal 2012 al 2015 il Ssn ha subito un definanziamento di 35 miliardi, col fondo nazionale che nel 2013 per la prima volta calerà (-1%). Ancora dal prossimo anno arriverà un taglio di almeno altri 7.389 posti letto, dopo i 100mila già eliminati dal 1997. I disavanzi dal 2001 ci presentano un conto negativo di 40 miliardi, con le otto Regioni commissariate e sotto piano di rientro che da sole hanno cumulato un rosso di 33 miliardi. Proprio loro che – soprattutto al Sud – non hanno garantito gli standard dei Lea (livelli di assistenza), rispettati in sole otto Regioni. Mentre i ticket pro capite dal 2009 al 2011 sono cresciuti da 14,3 a 21,8 euro. E il 38% degli italiani giudicano peggiorato il servizio nelle Regioni sotto tutela, contro il 23% in media nazionale. A testimoniare che c’è una voragine nella voragine: il Sud. Che con i nuovi tagli, tra l’altro, faticherà ancora di più, se possibile, a uscire dai disavanzi. Nei quali invece rischiano di precipitare anche le cosiddette Regioni virtuose. Per capire: 23 milioni di italiani già hanno la sanità commissariata o sotto tutela da parte del Governo.

E ora tocca alla spending review. Nelle corsie i medici potrebbero calare. Come gli ospedali, anche se le cure h24 sul territorio sono solo un mito. Per non dire che nel 2013 saranno ridotti i Lea oggi garantiti: altra sanità a pagamento. Tanti rebus nel grande rebus della sostenibilità o meno del Ssn, in tempi più o meno lunghi. Chissà se poi nella qualità che rischia di precipitare si misurano gli effetti dei risparmi su ricambi e pulizia di divise e biancheria negli ospedali. I fornitori di Assosistema, al collasso con i pagamenti che non arrivano, hanno appena lanciato anche l’allarme sporcizia. E del calo dell’occupazione. La sostenibilità si misura anche così

Sole 24 Ore – 29 novembre 2012

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