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Sant’Antonio, ricorso al Tar dei medici.  Impugnate le delibere regionali che trasferiscono l’attività all’Azienda ospedaliera. Chiesto l’alt

Michela Nicolussi Moro. Dopo il brindisi di commiato organizzato il 30 dicembre al Caffè Pedrocchi dal «Comitato Sos Sant’Antonio», si aggiunge un ennesimo capitolo al tormentato e contestato passaggio del polo sanitario dall’Usl Euganea all’Azienda ospedaliera. Passaggio di attività formalizzato il 31 dicembre (l’immobile viene concesso in comodato d’uso gratuito da un ente all’altro fino alla realizzazione del nuovo ospedale di Padova est) e ora impugnato davanti al Tar dall’Anaao Assomed, con gli avvocati Federico Pagetta e Andrea Scuttari.

Il principale sindacato degli ospedalieri ha chiesto l’annullamento della delibera con cui, il 14 maggio scorso, la giunta regionale ha disposto l’operazione e anche di quella del 17 dicembre, contenente il «parere di congruità sul piano attuativo congiunto di Usl 6 e Azienda ospedaliera». Inoltre, non potendo chiedere la sospensione del passaggio perché il parere di congruità della Regione è stato pubblicato sul bollettino ufficiale solo il 31 dicembre, giorno stesso dell’operazione, l’Anaao ha chiesto al Tar di adottare «misure cautelari urgenti», così da consentire di mantenere la «re adhuc» integra («la cosa non ancora compromessa o decisa») quantomeno fino alla prima udienza cautelare.

Ma su cosa si basa questo nuovo tentativo di bloccare un procedimento previsto dalle nuove schede ospedaliere regionali, appoggiato dall’Università che ne ricaverebbe nuovi primariati ma inviso al personale? Organico che tra l’altro in Azienda ospedaliera guadagnerà meno. «L’Usl 6 Euganea è il solo soggetto deputato istituzionalmente ad assicurare i Livelli essenziali di assistenza previsti dal Piano sanitario nazionale ai cittadini afferenti al proprio bacino territoriale d’utenza — spiega Adriano Benazzato, segretario regionale dell’Anaao —. L’Azienda ospedaliera-universitaria è invece soggetto istituzionalmente deputato a erogare prestazioni prettamente ospedaliere, non territoriali, ad alta e altissima complessità. In buona sostanza, l’operazione posta in essere vìola la normativa statale di riferimento e i suoi principi ispiratori senza alcuna motivazione espressa. In più espropria i sindaci del potere propulsivo e di controllo concesso loro dalla legge statale e regionale in materia, comporta un aggravio di spesa per il Servizio sanitario regionale e non rispetta la disciplina civilistica in tema di cessione di ramo d’azienda». Tradotto: secondo i ricorrenti, i padovani perdono il loro ospedale cittadino di riferimento, l’Usl d’ora in poi dovrà pagare all’Azienda ospedaliera le prestazioni che prima erogava da sè e la Conferenza dei sindaci è tagliata fuori. Anche se non si è espressa in materia, facendo saltare il numero legale nella riunione decisiva. In più l’Usl di Padova resterà l’unica senza un proprio presidio.

La Regione però tira dritta, forte dell’esperienza sulla cessione di ramo d’azienda maturata con la nascita di Azienda Zero e con la seconda sede dell’Istituto oncologico veneto a Castelfranco. I due direttori generali Domenico Scibetta (Usl) e Luciano Flor (Azienda ospedaliera) dovranno presentare entro il mese «l’accordo contrattuale», ovvero il documento finale che definisce chi fa cosa. Ma l’Anaao contesta pure «l’inspiegabile accelerazione repentina» del passaggio dell’ospedale, che la Regione aveva previsto entro il 31 dicembre 2020. Appunto, «entro».

Il Corriere del Veneto

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