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Sardegna. Peste suina, piano d’emergenza. Il giallo di un’epidemia

Il piano contro la peste suina deve ancora essere adattato all’emergenza, ma la Regione ha da ieri le idee più chiare per combattere con profitto i focolai ancora attivi. Abbattuti alla vigilia di Ferragosto i 1.700 capi dell’allevamento di Bottida, in mattinata si è riunita l’unità di crisi, presieduta dal responsabile del servizio di Prevenzione Donatella Campus, al secondo piano dell’assessorato alla Sanità.

C’erano i rappresentanti dei Comuni, delle Asl, del servizio zooprofilattico e il responsabile del tavolo tecnico interassessoriale Gilberto Murgia.

IL VERTICE Dopo i controlli epidemiologici dei veterinari inviati dal ministero della Salute, la parola d’ordine è prevenzione: c’è infatti l’intenzione di far cessare le cattive abitudini nel pascolo brado e semibrado, con l’attuazione in quest’ultimo caso di una sorta di vuoto biologico nelle aree pubbliche attorno ai centri abitati. Durante il vertice d’emergenza è stato fatto il punto della situazione e si è preso atto che in pochi giorni è stato spento il focolaio di Bottida, ma l’emergenza non è cessata. Gli ultimi atti devono essere inviati al ministero e, sempre nel paese del Sassarese, c’è un altro allevamento con 1.400 capi da codice rosso. Come ha assicurato Donatella Campus, «entro tre giorni sarà controllato dai veterinari Asl». Ma il problema non è solo a Bottida: i focolai di peste suina africana in Sardegna sono 90, la maggior parte nel centro nord dell’Isola. Il responsabile del servizio di prevenzione ha anche informato che la Regione è in attesa da Bruxelles (via Roma) dei circa 4 milioni per attivare i controlli a tappeto negli allevamenti, 14 mila in Sardegna, attraverso il ricorso a 400 veterinari.

LA RICHIESTA Francesco Feliziani, del Laboratorio nazionale di referenza delle pesti suine, ha chiesto di uscire dal vertice con un piano d’intervento immediato. Piano che comunque c’è già, ma che deve essere adattato all’emergenza di questo frangente. Si attendono dall’assessorato all’Agricoltura i fondi per recintare gli allevamenti a pascolo semibrado. Proprio su questo versante è stato posto un problema: «Occorre evitare che i suini vengano lasciati al pascolo in quaranta ettari di terreno», ha spiegato Gilberto Murgia. «Quello non è pascolo semibrado ma pascolo brado e non possiamo esimerci da un intervento».

VUOTO BIOLOGICO Il responsabile del tavolo interassessoriale su delega del governatore Ugo Cappellacci, durante la riunione, ha ricordato che per debellare il fenomeno alla radice si potrebbe pensare «di ricorrere al vuoto biologico, naturalmente concordato con i sindaci, nelle aree pubbliche a ridosso degli abitati dove è forte il ricorso al pascolo brado». Per cercare di arginare il fenomeno, la Regione conferma: «Chi sgarra sarà multato».

L’Unione sarda – 17 agosto 2012

Bottidda, il giallo di una epidemia. Cia-Goceano, “Peste suina africana: è un golpe per il comparto agricolo”

Un “golpe”. Queste le parole di Giovanni Tuccone, responsabile territoriale della Cia Goceano, nei confronti della peste suina africana in relazione all’abbattimento di oltre 1600 maiali della “Tecnopig” di Bottidda. “Con questa affermazione voglio rimarcare la poca attenzione della classe politica sarda nei confronti del nostro comparto agricolo attanagliata sempre più da una morsa stringente e senza nessuna via di uscita. Il comparto in Goceano sta affondando come il Titanic”. Per questo chiede una unità di crisi permanente sul Goceano, un osservatorio per tutelare gli allevamenti di queste terre.

Tuccone elenca le varie calamità che hanno affossato la zooctenia nel territorio: dalla lingua blu, la brucellosi, la peste suina. Interi allevamenti sono stati abbattuti e molte aziende sono ormai scomparse. “Nelle campagne l’umore degli allevatori è a terra – sottolinea – e le organizzazioni agricole, di cui anche io faccio parte, devono avere una maggiore capacità incisiva verso il mondo delle istituzioni, in maniera tale da poter porre una serie di accorgimenti atti a una maggiore prevenzione”. A distanza dall’ultimo vertice di Bono, in cui si è fatto il punto sulla suinicoltura, Tuccone, spiega come la situazione si sia aggravata e batte il piede sulla necessità di dover lavorare a monte con gli allevatori attraverso una incessante opera di sensibilizzazione. Perché, come si è visto dal caso di Bottidda, i danni poi sono incalcolabili e si riflettono non solo sulla singola azienda colpita, ma su tutto il territorio e la filiera suinicola regionale.

“Nello specifico – spiega – anche i corsi dell’Agenzia Regionale Laore sul benessere degli animali sugli ovini, sono utili per far acquisire all’allevatore una maggiore consapevolezza e non servono solamente per riscuotere i contributi comunitari sulla specifica misura, anzi danno più nozioni e informazioni sulla prevenzione per l’azienda nel suo complesso”. A questo poi si aggiunge il lavoro di concertazione svolto dai tecnici regionali Ara, insieme a quelli della Laore e dei vari servizi veterinari delle Asl. Ma c’è anche un dato che preoccupa il rappresentante di categoria: quello delle esportazioni dall’estero, che solo per il comparto suino occupano il 60 per cento del nostra fabbisogno regionale. Chiede maggiori verifiche anche da questo lato, uno sforzo in più necessario

Bottidda, il giallo di una epidemia

(14 agosto 2012) Ieri nuovi sovralluoghi nell’azienda Tecnopig in vista dell’abbattimento di 1600 capi misteriosamente contagiati dal morbo

BOTTIDDA. Domani gli oltre 1600 maiali dell’azienda “Tecnopig” di Bottidda verranno abbattuti. Un’ecatombe, solo che stavolta non c’è nessuna divinità da ingraziarsi ma semmai cercare le ragioni molto terrene del perché sia potuta succedere una cosa di questo genere. Come è possibile che la peste suina africana sia potuta arrivare in uno degli allevamenti più controllati e monitorati del nord Sardegna mettendolo “ko” con il rischio di far saltare un tassello importante della filiera delle carni suine dell’Isola? Per il momento la domanda rimane inevasa e ci vorrà sicuramente tempo prima che venga fornita una motivazione plausibile. Ieri mattina c’è stata anche l’ispezione sul posto da parte dei veterinari della Regione, i Nas, il personale dell’Istituto Zooprofilattico di Sassari e la Guardia Forestale ed è stata scavata la grande trincea che dovrà contenere tutti gli animali una volta che saranno stati uccisi. La fossa si trova dentro i terreni in cui sorge l’azienda a “S’ispiddarzu”. In base ai protocolli del servizio sanitario veterinario i maiali non possono, infatti, essere spostati in nessun altro luogo. Una misura cautelare fatta apposta per arginare il contagio e monitorare il focolaio. A guardia del sito è stata posta la compagnia barraccellare di Bottidda, mentre tutte le pratiche burocratiche per l’individuazione del luogo più idoneo si è fatta carico l’amministrazione comunale del paese. Gli abbattimenti verranno effettuati dal Gruppo d’Intervento Veterinario dell’Asl di Sassari con l’Unità mobile di disinfezione che si avvale di apparecchi elettronici di ultima generazione. Tutto era iniziato quando 14 scrofe, sulle 600 presenti, erano morte all’improvviso un paio di giorni fa. L’allevatore Gianfranco Campagnani, preoccupato, aveva avvertito subito i veterinari della Asl ed erano state avviate tutte le verifiche del caso con il prelievo dei campioni anatomici che poi erano stati inviati ai laboratori dell’Istituto Zooprofilattico di Sassari. Contemporaneamente il Servizio Veterinario aveva informato le autorità competenti, Ministero, Regione e Centro di Referenza Nazionale e aveva notificato il sequestro cautelativo dell’azienda al sindaco di Bottidda. Due giorni fa era stata convocata, poi, con urgenza l’Unità di crisi nel paese del Goceano dal responsabile del Dipartimento di Prevenzione della Asl numero 1, Francesco Sgarangella, nella quale erano presenti i dirigenti dei tre servizi veterinari, i responsabili dell’Istituto Zooprofilattico e una delegazione del comune di Bottidda guidata dal sindaco Gavino Garau. Ed era arrivata la conferma, inaspettata: la peste suina africana aveva infettato la “Tecnopig”.

Erano state subito avviate tutte le procedure di rito per l’eradicazione del focolaio, monitorare la malattia, proseguire le indagini mediche e definire le zone di vincolo e i controlli sanitari.

Ognuno si era fatto carico dei propri compiti in stretta collaborazione con il Servizio di Prevenzione dell’Assessorato alla Regionale Sanità. Perché nonostante la tensione e le preoccupazioni era necessario rimboccarsi le maniche e attuare un’azione condivisa. I numeri d’altronde non fanno sconti: sono ormai 36 i focali di peste suina africana tra domestico e selvatico individuati nel territorio della Asl di Sassari su un totale di 97 nella Regione. Una cifra elevata che, se da un lato sembra dovuta a ripopolamenti irregolari e ad introduzioni fatte eludendo i controlli sanitari nelle zone già interessate dall’epidemia, dall’altro mostra una geografia del contagio a macchia di leopardo con una buona percentuale dei casi riscontrata in Goceano. Senza contare poi i casi “anomali” come quello dell’azienda di Frida, probabilmente di natura dolosa.

Rimane difficile capire chi possa “guadagnarci” dal mettere al tappeto l’intero comparto suinicolo sardo, perché non giova a nessuno.

Nemmeno a quegli allevatori che magari guardano di traverso le misure cautelari imposte dal Servizio veterinario per arginare la malattia. L’azienda Campagnani al contrario è sempre stata attenta a seguire i rigidi protocolli della Asl e si è battuta in prima linea per incentivare i controlli, per la creazione di un anagrafe dei capi, per la regolarizzazione degli allevamenti, l’inasprimento delle sanzioni per chi trasgrediva, la creazione di un corridoio sanitario per gli allevamenti virtuosi.

Questa è infatti l’unica strada per poter sbloccare il contenzioso con la Commissione Europea che aveva messo dei vincoli strettissimi, pena la chiusura totale delle esportazioni dei prodotti a base di carne suina dalla Sardegna.

17 agosto 2012

 

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