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Sciopero nei servizi pubblici essenziali. Il presidente della Commissione di garanzia: vanno moltiplicate le sedi del confronto

Il sito dell’Aran pubblica un’intervista al Presidente della Commissione di Garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, Roberto Alesse. Le differenze tra gli scioperi di trenta anni fa e quelli attuali si possono imputare anche all’impossibilità totale o parziale di soddisfare determinate richieste? La popolazione attiva crede ancora in questo genere di protesta o una buona parte di essa ha perso gli stimoli, vinta da una demoralizzante rassegnazione?

“Con riferimento ai servizi pubblici essenziali, è bene ricordare il contributo straordinario dato dalla legge 146 del 1990, che è servito, senza alcun dubbio, a civilizzare il conflitto collettivo di lavoro – spiega Alesse -. Questa legge, infatti, ha introdotto regole certe a presidio di due diritti costituzionali fondamentali: quello di sciopero, da un lato, e quello dei cittadini a godere dei servizi pubblici, dall’altro lato.

“Per verificare il corretto bilanciamento tra questi diritti è nata, ventiquattro anni fa, l’Autorità di garanzia, la quale vigila sull’intero procedimento pubblicistico attraverso cui si snoda l’esercizio del diritto di sciopero” afferma il presidente. “Per tornare alla domanda, non credo sia materialmente possibile mettere a raffronto il conflitto collettivo di trent’anni fa con l’attuale. Non solo perché la congiuntura economica e le dinamiche sociali determinano processi di realtà non paragonabili tra loro, ma anche perché, e lo dico con orgoglio, a differenza della maggior parte dei Paesi europei ed occidentali, in Italia esiste una legge, che costituisce un modello di civiltà giuridica e democratica. Infine, non bisogna mai dimenticare che la scelta di scioperare per un lavoratore ha sempre un costo economico e anche per questo, durante i momenti di recessione economica, diventa una scelta particolarmente sofferta”.

La crisi economica finanziaria e i dati sulla disoccupazione sono davvero preoccupanti. Crede che il sindacato stia interpretando correttamente il suo ruolo a tutela dei lavoratori in un periodo così complesso?

Le funzioni del sindacato, nel corso degli ultimi anni, si sono trasformate e si sono ampliate, in ragione anche delle nuove esigenze produttive imposte dalla crisi economica in atto. C’è, al riguardo, una riflessione importante, avviata dalla Cgil, ma rispetto alla quale nessun sindacato responsabile si sta tirando indietro, che riguarda la tutela dei precari. E’ in questo campo che si gioca una partita fondamentale, perché non si è capito da subito che alla tutela tradizionale del lavoratore si sarebbe dovuta aggiungere la tutela anche di chi, in quanto precario, non avrebbe potuto trovare una adeguata rappresentanza in termini di rapporti di forza aziendale.

Detto questo, credo anche, però, che il fenomeno dell’esponenziale frammentazione di sigle sindacali produce, nei fatti, un indebolimento dell’azione delle organizzazioni più responsabili, anche perché molte di queste sigle (spesso estemporanee ed improvvisate) tendono a legittimare se stesse proprio attraverso la proclamazione di scioperi, cavalcando impropriamente le forme del disagio.

La situazione è preoccupante. Assistiamo al disgregamento della mediazione sindacale, ritenuta debole ed inefficace. L’imbarbarimento della protesta è un fenomeno crescente e reale e con esso la paura concreta e conseguente che forme impreviste di protesta irregolari prendano il sopravvento, impedendo la vita ordinata del Paese. Cosa pensa sia giusto e doveroso fare per recuperare la credibilità storica del movimento e impedire questa pericolosa deriva?

Le cronache giornalistiche raccontano, purtroppo, sempre più spesso, di blocchi e astensioni improvvise nell’erogazione di servizi pubblici. Gli scioperi selvaggi, come ho avuto modo di ricordare anche alla Camera dei deputati, in occasione della presentazione dell’ultima Relazione sull’attività istituzionale svolta dall’Autorità di garanzia, sono in aumento, in particolare con riferimento ai settori più delicati (quelli del traporto pubblico locale e della raccolta dei rifiuti). Si tratta di fenomeni che minacciano gravemente il principio della legittimità dell’esercizio del diritto di sciopero e calpestano i diritti dei cittadini utenti; è importante, su questo, essere molto chiari: non può e non deve passare la linea per la quale la prova di forza, compiuta al di fuori del perimetro della legge, diventi la via per imporre il riconoscimento delle proprie ragioni.

Si tratta, ancora una volta, di un fenomeno determinato dalla crisi economica e dalla situazione drammatica in cui versa la finanza pubblica. Ma il fatto che non esista una “bacchetta magica”, non vuol dire che occorra assecondare l’“ineluttabilità” dell’aumento del conflitto sociale. E’ necessario, invece, con rinnovata forza e determinazione, moltiplicare le sedi del dialogo e del confronto tra le parti.

Tra l’altro, lo verifichiamo tutti i giorni e lo abbiamo constato negli ultimi anni del nostro lavoro: se c’è una volontà costruttiva e reale di confronto sui problemi (spesso assai complicati) tra le parti, magari con l’intervento istituzionale dell’Autorità di garanzia, è possibile evitare il ricorso allo sciopero e riattivare vertenze bloccate. Perché non spingere, allora, in questa direzione?

A volte, lo sciopero, sebbene difficile da evitare, si dimostra poco efficace e dannoso per la collettività; quali potrebbero essere nuove forme di protesta, diverse dalle attuali e diversificate per settore lavorativo, che abbiano come scopo il massimo dell’incisività creando il minor disagio possibile?

Di recente, ho avuto modo di osservare che sarebbe opportuna una riflessione a tutto campo dei sindacati più rappresentativi e delle istituzioni competenti per materia per trovare forme alternative e più efficaci del ricorso indiscriminato allo sciopero. Alcuni importanti soggetti sindacali, penso, ad esempio, alla Uil, da tempo discutono di sciopero virtuale nei servizi pubblici (non si arreca danno all’utenza e il costo viene ripartito tra lavoratore e azienda) e alcune regolamentazioni di settore in vigore hanno introdotto norme in questa direzione. Ciò detto, giova ripeterlo, occorre ulteriormente valorizzare le procedure di conciliazione e raffreddamento, dialogare a 360 gradi con senso di responsabilità, rilanciando, ove possibile, il metodo della concertazione. Non ci sono altre alternative.

 mingardi@aranagenzia.it – 3 febbraio 2014 

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