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Sconti e battaglie davanti al Tar. Buoni pasto, sfida da un miliardo. La Fipe: penalizzati bar e ristoranti. Il nodo delle commissioni trasparenti

«Con queste commissioni non si può continuare», attaccano gli esercenti. «Questa carne è di scarsa qualità», sussurrano gli avventori/colletti bianchi che sciamano in bar e trattorie in pausa pranzo. Benvenuti nella guerra dei buoni pasto prima silenziosa, ora deflagrata a colpi di comunicati, ricorsi al Tar, pagamenti a 120 giorni, società dai bilanci poco chiari. Sul banco degli accusati lo Stato-formica.

Variante inattesa del gemello cicala, che dispensa consulenze ed emolumenti. Stavolta vuole risparmiare e – per interposta Consip (la centrale acquisti della Pa) – potrebbe accettare uno sconto del 20% su un bando da un miliardo di euro scegliendo l’offerta economicamente più vantaggiosa con il criterio (contestato) dei «servizi aggiuntivi». Calcolatrice alla mano: 200 milioni in meno. Il bando è la gara 7 (in corso) per la fornitura dei buoni pasto agli oltre 2 milioni di dipendenti di ministeri, ospedali, enti locali. L’esito determinerà i nuovi rapporti di forza in un settore che vale 2,7 miliardi di euro, interessa 80mila aziende e 150mila esercizi convenzionati, impiega oltre 190mila persone. «Proponendosi a Consip con uno sconto di quella entità – denuncia Marcello Fiore, direttore generale Fipe, la federazione degli esercenti – il rischio è l’imposizione da parte della società aggiudicatrice di commissioni salatissime nei confronti degli esercizi inasprendo il carico sui servizi accessori, come la fatturazione digitale e le spese per il marketing». Succede che gli operatori più spregiudicati offrano sconti pazzeschi a Consip pur di vincere le gare, compensando i mancati introiti con la leva dei servizi proposti agli esercenti, le cui commissioni non sono definite nel capitolato dell’appalto. Un’idea interessante potrebbe essere quella di introdurre il Caeg (commissione applicata esercenti globale) una soglia unica inserita esplicitamente nei bandi di gara. Così invece il rischio è che a venire penalizzati siano i clienti, pericolo fiutato anche dalle associazioni dei consumatori. Il cortocircuito sta tutto nel valore facciale del buono cartaceo fermo a 5,29 euro da 15 anni. Il legislatore recentemente avrebbe anche fatto un passo in avanti consapevole che il servizio-mensa è l’asse portante del welfare aziendale. Nella legge di Stabilità ha alzato la soglia de-fiscalizzata a 7 euro a partire dal 1° luglio 2015, facendolo però solo per i buoni pasto elettronici. Bene, potremmo dire. Se non che le «card» rappresentano finora una quota di mercato residuale, circa il 15%, anche se il dato è destinato a crescere velocemente. A condizione che i principali operatori trovino un accordo per realizzare un lettore di pagamento unico. In questo momento gli esercenti dovrebbero avere un numero di Pos quanti sono gli emettitori di buoni pasto. Un ginepraio a cui si aggiungono i mancati controlli su come viene erogato il servizio. A patto che si conosca chi debba farlo: Consip, le aziende o chi altro?

Fabio Savelli – Il Corriere della Sera – 1 marzo 2015 

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