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Se i sindaci scelgono cosa devono vendere i negozi alimentari. Norma in Consiglio dei ministri dopo i casi Firenze e Padova. I distributori: discrezionalità assurda

A Firenze la bistecca al sangue, non le orecchiette pugliesi alle cime di rapa. A Roma la carbonara, ma la mozzarella di bufala casertana quella no, meglio confinarla nel suo territorio d’elezione. A Padova i kebab hanno già vita dura da un po’, con gli esercizi da asporto che chiudono alle 20 per un campanilismo vecchia maniera.

In Sicilia sì all’arancino o all’arancina, a seconda se si è  Catania o Palermo, ma il lampredotto ha le ore contate. C’è un articolo, confinato nelle pieghe di un decreto legislativo appena tornato in Consiglio dei ministri per la sua definitiva emanazione, che dà ampia facoltà ai comuni di decidere che cosa residenti e turisti possono comprare o mangiare nei centri storici delle nostre città. Si tratta di un testo in cui il Parlamento ha dato la delega al governo di legiferare, pur con i dovuti passaggi nelle commissioni competenti. Ebbene all’articolo 1 comma 3 della nuova Scia (segnalazione certificata di inizio attività) si consente «al Comune, d’intesa con la Regione di individuare, con apposite deliberazioni, zone o aree aventi particolare valore archeologico, storico e artistico» in cui è possibile determinare una quota di prodotti locali da dover esporre per la vendita al pubblico.

Si tratta di uno schema, il caso vuole, già in vigore a Firenze guidata dal renziano Dario Nardella. E a Padova, per volontà del leghista Massimo Bitonci. A Firenze già da un anno chi vuole aprire una bottega alimentare in centro storico deve esporre per il 70% prodotti toscani doc. A Padova la quota scende al 60%, per preservare la tradizione culinaria veneta. A farne le spese, si ricorderà, soprattutto McDonald’s che non ha ricevuto la concessione per aprire in piazza Duomo a causa del famigerato regolamento «Unesco» emanato da Palazzo Vecchio, che vincola l’apertura di nuovi esercizi di somministrazione al rispetto della «toscanità». La multinazionale del fast-food ha annunciato ricorso al Tar chiedendo un danno di mancato incasso di 18 milioni di euro.

Questo scenario, tra denunce, avvocati e ricorsi a colpi di carte bollate potrebbe replicarsi un po’ ovunque se il governo decidesse di emanare il testo così com’è nonostante il parere dissonante (ma non vincolante) della commissione Affari Costituzionali del Senato che ne ha eccepito persino la costituzionalità per un eccesso di delega conferito all’esecutivo. Si vedrà.

È però da registrare l’intemerata di Giovanni Cobolli Gigli, presidente di Federdistribuzione che parla di un articolo che concede una «discrezionalità inaudita ai sindaci di porre vincoli alle attività economiche. Restrizioni che penalizzano anche il consumatore poiché ne ostacolano la libera scelta». Un passo indietro che a ben vedere mal si concilia anche con l’afflato liberalizzatore del governo Monti con il suo «Cresci Italia», che serviva a liberare la creatività imprenditoriale in tutte le sue forme. E che fu mal digerito soprattutto dalla Cgil per la volontà di liberalizzare anche gli orari di esercizio per la vendita al pubblico. Stavolta però la polemica è più sottile, perché investe il terreno della cultura e delle tradizioni locali. E sembra più che altro ad uso (elettorale) interno per i sindaci che così possono avere potere illimitato sulle licenze negli spazi più prestigiosi del centro, ambiti soprattutto dalle grandi griffe della moda.

A suo modo anche l’autorità per la tutela della Concorrenza, interrogata, ha segnalato come la norma possa «non essere compatibile con i principi comunitari» perché il rischio è che determini una discriminazione tra diverse attività merceologiche. Senza contare che potrebbe scoraggiare qualche investimento dall’estero.

Confcommercio: «Idea inadeguata ai tempi, penalizza anche gli italiani»

«È come dire che bisogna smettere di usare la farina manitoba, proveniente dal Nord America, per fare il pane perché non rispetta le tradizioni venete. Peccato sia la migliore qualità di farina esistente». Patrizio Bertin è padovano. La sua famiglia è molto conosciuta in città, perché fa il pane da generazioni. Patrizio non disdegna l’attività di rappresentanza, tanto che è a capo della Confcommercio locale. Bolla la disposizione comunale del sindaco Massimo Bitonci, che prevede una quota di prodotti veneti sugli scaffali delle botteghe, come «inadeguata ai tempi attuali». Perché limita il libero commercio. «Avrebbe senso forse inserire una quota di prodotti nazionali, non una quota di prodotti locali», spiega. «Così si scoraggiano anche i nostri connazionali che vogliano tentare la fortuna trasferendosi a Padova per aprire una bottega alimentare. Pensi ad esempio ai terremotati delle Marche. S’immagini che vogliano vivere qui mettendosi in proprio. Devono abbandonare le loro origini e le loro tradizioni?».

Fabio Savelli – Il Corriere della Sera – 6 novembre 2016 

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