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Se il gabbiano diventa un animale domestico. L’invasione degli uccelli, così la natura banchetta sulle rovine delle nostre città

gabbianodi Francesco Merlo. Eppure è vero che ieri, nel tardo pomeriggio, scendendo a piedi dal Palatino lungo i Fori Imperiali, le onde dei turisti in basso e quelle dei gabbiani in alto erano un unico sciame. Fine marzo è il periodo i cui tutti cambiano pelle, i turisti si svestono e i gabbiani si impiumano. Agli uccelli compare in testa un bottoncino rosso e i romani sudano: è la stagione dell’accoppiamento. Dunque ieri l’insieme, con gli straordinari giochi di luce del crepuscolo, non rimandava alla cupezza di Hitchcock ma a un quadro di Turner con le rovine romane al posto del mare. “Diminuisce – spiega l’etologo Enrico Alleva – quella che si chiama ‘distanza di fuga’, nel senso che i gabbiani, una volta accertato che quegli esseri di terra non sono pericolosi, si avvicinano sempre di più. E si addomesticano da soli. Se a un gabbiano dai da mangiare, stai sicuro che tornerà a chiedertelo. E vederli chiedere è uno spettacolo”.

Ecco: i gabbiani sanno mendicare in una città dove l’accattonaggio umano è forse più selvaggio.

C’è sempre un animale che, inascoltato, segnala l’arrivo dei flagelli epocali e dunque nessuno sa ancora dire di cosa è presagio quella turba di gabbiani che al mattino si addensa sull’Altare della Patria, “scambiandolo per una rupe sull’acqua” mi dice Alleva. I gabbiani di città, 40mila solo a Roma, in fuga dalle coste edificate e attratti dalla saporita spazzatura urbana, potrebbero dunque essere come il topo sul pianerottolo che anticipa la peste o come i cani di Bucarest che segnalarono il collasso di una società e del suo sistema di regole e valori. Di sicuro i carabinieri raccontano che in quasi tutte le città d’ Italia sono in aumento le denunzie di aggressioni dei pennuti in picchiata, da Viareggio a Napoli, da Genova al centro di Palermo, e questa volta il paragone storico è con il furore delle cavallette prima della carestia nell’America degli anni trenta.

Ma l’etologo Alleva predica la tolleranza e, ironico e benevolo, dice: “Puliscono, qualche volta meglio degli spazzini. E in fondo per frenare l’ invasione basterebbe migliorare l’igiene delle città e chiudere e svuotare i cassonetti”. E racconta che per sapere se il mare è mosso basta controllare se sul Ponte Garibaldi, insieme ai grandi gabbiani reali e ai gabbiani comuni zampettano anche i gabianelli, la specie dei più piccoli, con i quali, forse, l’etologo parla in latino …

E però Alleva ammette che ogni coppia “fa due figli l’anno; il gabbiano diventa sessualmente maturo dopo i tre anni e vive per meno di venti anni”e non esistono gabbiani single, la coppia si riforma ed è la femmina che si presenta al maschio. Se dunque si applicasse ai gabbiani la teoria della popolazione di Malthus bisognerebbe ben presto correre a rimedi radicali, come ci consigliò ‘Le monde’ subito dopo l’assalto alla colomba del Papa. Di sicuro bisognerebbe spingersi molto al di là delle barre, dei fili sospesi e degli spilloni utilizzati a Pesaro e Urbino per impedire l’appollaiamento e dunque proteggere i monumenti. “I gabbiani – spiega infatti Alleva – producono feci abbondanti, un guano acido molto corrosivo” che intacca seriamente il metallo, il marmo e la pietra d’Istria (quella bianca di Venezia).

All’aeroporto di Genova hanno registrato il lamento del gabbiano morente e lo usano per spaventare gli animali vivi. A Trieste il Comune paga gli ‘egg hunters’ che si arrampicano sui tetti e si insinuano negli anfratti più nascosti per impadronirsi e bucare le uova, proprio come i nostri antenati poveri che, racconta Alleva, “nel dopoguerra le mangiavano fritte, anche se sanno un po’ di pesce” . Ad Amsterdam si spinsero a usare persino il gas. E si moltiplicano pure i giustizieri solitari, alla Charles Bronson, che estremizzano una pulsione non sappiamo quanto diffusa in un’ Italia dove la legge preserva la specie. Questi uomini che emettono la sentenza ed eseguono la condanna sono ovviamente preda di una nevrosi caricaturale, come il killer dei pennuti di Firenze, un bravo e stimato medico delle Asl che si era messo in aspettativa, si era preso il porto d’armi e appostato sul balcone aspettava le erinni e sparava; puntava alle dannazioni alate e sparava. Ecco, qui il paragone storico è con il massacro dei gatti che anticipò la rivoluzione francese.

Attenzione: non si tratta di letteratura, di camuffare cioè gli uomini da bestie come nel mondo triste di Esopo e neppure le bestie da uomini come in quello didattico di Walt Disney. Voglio dire che è sciocco pensare a un gabbiano rieducato che esca da se stesso e diventi un più edificante e mansueto animale cittadino. I gabbiani predano e mangiano le uova di altri uccelli e, racconta Alleva, “sono ghiotti di piccioni giovani e di gattini. Prima rubano il cibo ai gatti e poi anche i cuccioli”. Ma quando invece si schiudono le loro uova, dopo 27 giorni di incubazione, i genitori si alternano nella cura e nutrono i pulcini con cibo che masticano e rigurgitano.

E’ la natura che in Italia invade e si riprende le città degradate e sporche che gli uomini non riescono più a governare. Ed è bene ricordare che è anche ornitologo e biologo lo storico Jared Diamond (‘Armi acciaio e malattie’, Einaudi 1998) che ha spiegato magistralmente quale rapporto ci sia tra l’ intimità con gli animali e le epidemie nella storia dell’Europa, che può essere raccontata anche come la storia di un gigantesco banchetto di microbi e di agenti patogeni che dagli animali si sono trasferiti nell’ uomo. Cittadini onorari d’Italia, i gabbiani si stanno dunque emancipando . Appollaiati nei balconi e sui monumenti, si cibano dei rifiuti che non riusciamo a smaltire, nidificano e si moltiplicano e intanto gracidano più del traffico, e a Roma tengono svegli più delle campane a ricordarci l’antico pregiudizio che l’uccellaccio è sempre un malaugurio.

La Repubblica – 17 marzo 2014 

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