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Semi protetti, la nuova sfida. Nei Paesi europei aumenta la registrazione delle varietà: l’anno scorso erano 21.578

Maurizio Tropeano. Oltre gli Ogm. Mentre l’Italia continua a porre un freno all’utilizzo degli organismi geneticamente modificati e a livello europeo è in corso un accesso confronto sulla possibilità di liberalizzare l’uso di queste sementi si registra una crescita costante della protezione delle varietà vegetali.

Un recente studio dell’ufficio comunitario delle Varietà Vegetali ha messo in evidenza un incremento esponenziale delle registrazioni di nuove varietà: nel 1996 le varietà protette erano 1458 e l’anno scorso sono state 21.578. Solo nella seconda metà del 2013 si è registrato un incremento del 10 per cento e i dati del primo bimestre del 2104 confermano il trend per le nuove varietà ornamentali e agricole mentre è più debole la crescita nel settore ortofrutticolo. Le richieste di registrazione arrivano soprattutto da Olanda, Francia, Germania e Danimarca mentre l’Italia è al quinto posto con 102 domande di registrazione.

La protezione delle varietà vegetali è una forma specifica del diritto di proprietà industriale che ha «l’obiettivo di incoraggiare e promuovere la creazione di nuove varietà e migliorare la qualità dei prodotti», spiegano i legali dello studio Trevisan & Cuonzo, specializzato in diritto internazionale, industriale e commerciale. Con il termine di varietà vegetale ci si riferisce non solo ai vegetali e ai relativi ritrovati naturali o artificiali ma anche al metodo di produzione, di utilizzazione ed eventuali mutazioni. Il diritto di esclusiva ha una durata di 20 anni dalla data di concessione, 30 per gli alberi e le viti. Secondo i legali si tratta di «un vero patrimonio intellettuale che, se opportunamente sfruttato, può dare nuova linfa al settore agricolo».

Sulla carta l’Italia che occupa in Europa il primo posto per prodotti alimentari di qualità Dop, Igp e Stg dovrebbe essere all’avanguardia in questo campo e invece il grande potenziale italiano non sceglie questa strada. Perché? Secondo lo studio legale Trevisan e Cuonzo «la vera sfida è vincere da una parte i diffusi pregiudizi nei confronti della ricerca in campo vegetale e, dall’altra, superare gli evidenti ostacoli oggettivi delle piccole e medie imprese agricole italiane possono incontrare nello sviluppo di un’attività di ricerca originale e nella tutela della contraffazione».

A livello europeo è la Francia a trainare il microcosmo delle nuove varietà vegetali: le imprese sementiere hanno investito circa 220 milioni di euro in ricerca che hanno portato all’aumento della produttività di grano tenero, barbabietola da zucchero e mais. Anche in Italia le industrie sementiere stanno iniziando a reinvestire parte delle somme provenienti dalla vendita delle sementi certificate e dalle royalties nella ricerca e nella sperimentazione di nuove varietà vegetali e questo ha portato alla richiesta di una politica di sostegno per continuare ad investire nell’innovazione. Ma c’è anche chi si oppone a questi vincoli e alle registrazioni in nome della tutela della biodiversità teorizzando il libero scambio di semi tra agricoltori.

Stefano Masini, responsabile ambiente di Coldiretti, fa il punto della situazone: «Dal nostro punto di vista la protezione delle varietà vegetali è un fatto sicuramente positivo ma è chiaro che il nostro modello di ricerca e la nostra produzione è diversa rispetto a quella di paesi come Olanda e Danimarca. Dop e Igp sono il frutto della nostra biodiversità e la ricerca è orientata alla riscoperta di produzioni dimenticate». Insomma, non c’è «antagonismo» anche se dal punto di vista della Coldiretti ci sono dei confini che non si possono superare: «La protezione delle varietà vegetali funziona solo se tutela la ricerca e anche il prodotto industriale ma non deve favorire la nascita di monopoli o oligopoli e mettere limiti al libero mercato e alla libertà di scelta dei produttori».

La Stampa – 4 maggio 2014 

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