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Senato, ok alla riforma costituzionale che torna alla Camera. Ma la maggioranza è sotto quota 161. Renzi: “Il referendum dirà con chi sta il popolo”. Sinistra Pd in allarme

Centottanta sì. Centottanta senatori hanno votato a favore della riforma costituzionale che porta il nome di Maria Elena Boschi. Una riforma che Matteo Renzi ha voluto salutare ed esaltare presentandosi nell’aula di Palazzo Madama per replicare alle ore e ore di interventi e accuse che le opposizioni hanno rovesciato su di lui e la maggioranza.

Un risultato largo; 19 voti in più dei 161 richiesti dalla maggioranza assoluta prevista dall’articolo 138 della Costituzione per il secondo voto sulle riforme costituzionali. Ma politicamente pesano moltissimo i 17 voti arrivati dal gruppo verdiniano di Ala. A questi bisogna sommare 2 voti forzisti, Riccardo Villari e Bernabò Bocca e 3 voti delle senatrici di Fare, vicine a Flavio Tosi. E questo fa discutere, perché la maggioranza si è fermata sotto quota 161. Anche se Luca Lotti fa notare che nella maggioranza c’erano 5 assenti.

Miguel Gotor, minoranza dem, però guarda i tabulati. i voti di Ala, e dice: «Questi risultati aprono la strada a una stagione di trasformismo e annunciano una lunga palude in cui il Pd non può e non deve smarrire la propria identità riformista di forza di centrosinistra ». Dalla maggioranza dem rifanno i conti e dicono che per motivi vari mancavano cinque della maggioranza e quindi con loro il testo sarebbe passato lo stesso. Le opposizioni, invece, che hanno scelto di restare in aula rinunciando all’Aventino, si sono fermate a quota 112. Una sola astenuta, la senatrice a vita Elena Cattaneo.

Comunque l’obiettivo delle opposizioni ormai è il referendum. E quindi in aula qualche cartello, qualche brusio, ma niente di eclatante. Toni duri certamente: «Siamo chiamati a ratificare lo scippo ai danni dei cittadini», dice la senatrice Cinzia Bonfrisco, Conservatori riformisti.

Il referendum però, dicono voci insistenti, Palazzo Chigi starebbe tentando di anticiparlo all’estate, accorpandolo con le elezioni amministrative. Una missione che sarebbe stata affidata al segretario generale di Palazzo Chigi Paolo Aquilanti.

Nel frattempo Renzi esulta. Il premier si è presentato in aula per rivendicare il momento storico e lanciare il guanto di sfida sul referendum: «Andiamo a vedere da che parte sta il popolo su questa riforma, se i cittadini la pensano come coloro che urlano per il fallimento o per chi scommette sul futuro dell’Italia. Sono gli italiani il nostro punto di riferimento». Il premier ha anche ribadito che in caso di sconfitta è pronto a lasciare poltrona e politica.

I suoi sostenitori, invece, fanno pesare i loro voti. Centristi e alfaniani già pensano alle nomine nelle commissioni e al rimpasto di governo. Gli uomini di Verdini dicono che adesso bisogna rimettere mano all’Itali-cum. Perché i voti del premio di maggioranza, spiegano sono troppo pochi e non assicurano la governabilità. Ma forse il problema è trovare il mezzo più adatto per la loro affiliazione alla maggioranza. Si rifà viva anche la minoranza dem. Il senatore Federico Fornaro e altri colleghi hanno presentato una proposta per l’elezione diretta dei futuri senatori secondo i nuovi meccanismi costituzionali. Ma Fornaro avverte Renzi: abbiamo detto sì in aula, ma se non si fa presto questa legge, non è detto che noi votiamo sì al referendum.

Repubblica – 21 gennaio 2016 

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