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Senza incentivi il lavoro resta al palo. Da inizio anno crollano le assunzioni. In due mesi contratti fissi in calo del 74%. Riparte il precariato

Walter Passerini. Ci sono quelli che recitano il de profundis del Jobs act e ci sono altri che cercano disperatamente le flebili luci nel buio dei numeri. I dati di ieri dell’Osservatorio dell’Inps svelano le debolezze di un sistema che sta pagando il colpo di frusta degli incentivi, il cui «décalage» è aggravato dai ritardi nella creazione di un modello di servizi al lavoro e di una rete, oltre che dalle attese di una ripresa troppo lenta a manifestarsi. I segnali sono inequivocabili.

I numeri

Sul breve il bimestre gennaio-febbraio del 2016 esce con le ossa rotte nel confronto con gli stessi bimestri del 2015 e del 2014: il saldo tra attivazioni e cessazioni è di 167 mila unità rispetto a 244 mila unità nel 2015 e 195 mila nel 2014. Il tonfo è da attribuirsi ai rapporti a tempo indeterminato, che registrano quest’anno un magro saldo di + 37 mila unità. Un peggioramento senza appello: si tratta di un -74% rispetto ai +143.164 contratti dei primi due mesi del 2015. Se da una visione di breve passiamo a una prospettiva annuale, le differenze sono ancora più evidenti. Il saldo annualizzato (la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi 12 mesi) a febbraio risulta positivo (+529.000), ma inferiore rispetto al top registrato a dicembre (+605.000). E’ il bradisismo dei contratti a tempo indeterminato, il cui saldo annuo a dicembre 2015 segnava +911 mila unità e a febbraio 2016 +805 mila. La spinta propulsiva insomma è in via di esaurimento. Non per un calo della domanda che non ha mai brillato, ma per la fine della frustata degli incentivi.

Il nodo contributi

Bastino pochi numeri. Nel 2015 le assunzioni a tempo indeterminato e le trasformazioni che hanno goduto della decontribuzione sono state più di sei su dieci (oltre 1,5 milioni su quasi 2,6 milioni del totale assunzioni, il 61%). E a dicembre hanno raggiunto quasi le 400 mila unità: significa che le imprese hanno anticipato in un mese le assunzioni che avrebbero potuto spalmare più avanti; ma il passaggio tra il 2015 e il 2016 ha registrato una drastica riduzione degli incentivi (da 8.060 euro per assunto a 3.250 euro, da un triennio a un biennio di validità), cambiando il paesaggio e frenando la propensione ad assumere. Inutile perseverare nel diabolico derby tra cantori e fustigatori degli incentivi: se non si ricorre a provvedimenti strutturali anziché temporanei, nel luna park del lavoro continueranno a primeggiare le montagne russe.

Il boom dei voucher

Due altri segnali marchiano a chiaroscuro i dati dell’Inps: la minaccia dello spettro del ritorno di forme di maggior precarietà (aumento per quanto lieve di contratti a termine, part time involontari e voucher, una locomotiva, questa, fuori controllo), compensato dal lieve incremento delle retribuzioni medie per le assunzioni a tempo indeterminato, con una riduzione della quota di retribuzioni inferiori a 1.750 euro. La ripresa dell’occupazione non può più attendere. Gli incentivi sono una farmaco salvavita dall’effetto variabile: al calare delle dosi il paziente rischia il collasso.

Serve una rete

Ma soprattutto la rapidità e l’efficacia vanno orientate alla costruzione della rete: decollo operativo e non solo mediatico dell’Anpal, rafforzamento dei centri pubblici per l’impiego, stretta cooperazione-competizione tra pubblico e agenzie private. In attesa che la ripresa dell’economia produca fiducia e variazioni del pil non più solo da prefisso telefonico.

La Stampa – 20 aprile 2016 

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