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Decreto sanità: medici famiglia h24 e ancora tagli sulle forniture

Le cure h24 fuori ospedale, la stretta su giochi e scommesse e quelle sul tabacco e la vendita di alcol ai minori, la libera professione dei medici pubblici che non si potrà mai pagare cash, il Prontuario farmaceutico da sgrossare, le nomine più trasparenti (ma mai abbastanza) per manager e primari.

E una nuova amara sorpresa, proprio all’ultimo articolo, per i fornitori di beni e servizi alla sanità pubblica: un altro giro di vite sui prezzi di riferimento.

Col record del quarantesimo voto di fiducia (380 sì, 85 no, 15 astenuti) in meno di un anno, il Governo ha incassato ieri alla Camera il primo via libera al decretone sanitario (Dl 158, in scadenza il 12 novembre) del ministro della Salute, Renato Balduzzi. Il provvedimento – che nonostante gli altolà dell’Economia e della commissione Bilancio sulla copertura finanziaria, a cominciare dallo stop alla deroga dall’applicazione della riforma Fornero sulle pensioni al personale del Ssn, è intanto cresciuto da 16 a 21 articoli – passa ora al Senato per una conversione in legge che non si presenta esattamente in discesa e su cui potrebbe spuntare un nuovo voto di fiducia. Le larghe assenze di ieri soprattutto al voto finale (assicurato dalla presenza di Idv e Lega che hanno votato contro) e i malumori nel Pdl dove non sono mancati i voti contrari, testimoniano di un clima politico in forte tensione. Certo non solo sulla sanità, anche se il tema di ieri non era di sicuro tra quelli meno sensibili per le corde dei partiti. Col rebus dei tagli e le pressioni che crescono da parte del Pd contro i tagli ripetuti al sistema sanitario nazionale.

Un tema, questo, su cui ancora una volta ieri Balduzzi ha voluto frenare. I nuovi tagli (600 milioni nel 2013 e 1 miliardo dal 2014) arrivati con la legge di stabilità, ha detto, «sono sostenibili, altrimenti non avrei concorso a questa decisione». Soddisfatto per «il largo consenso» su un decreto che «renderà il Ssn più trasparente, efficiente e sostenibile», il ministro ha poi aggiunto che a questo punto «bisogna legare la spending review al decreto. Se le Regioni sapranno fare una ristrutturazione incisiva della rete ospedaliera, possono riuscire a fare risparmi e a trasferire risorse». Partita apertissima, quella con i governatori che però ora sembrano avere le ali tarpate. Per Balduzzi, in ogni caso, il decreto è stato migliorato nella discussione parlamentare: ma non al capitolo farmaci, con la cancellazione delle norme sulla prescrizione più facile degli off label e col depotenziamento della revisione del Prontuario: «È un tema aperto», assicura Balduzzi.

La riduzione dei fondi al Ssn è al centro delle contestazioni. Delle Regioni, che lamentano tagli per 34 miliardi fino al 2015. Dei partiti, a cominciare dal Pd che ieri, pur sostenendo il decreto e il tentativo di «modernizzazione» del sistema, ha chiesto con l’ex ministro (e relatore del decreto) Livia Turco che ora il Governo «garantisca un adeguato finanziamento», altrimenti secondo il responsabile di settore del Pd, Paolo Fontanelli, si «metterà a rischio la sanità pubblica». Sulle barricate l’Anaao, la prima sigla dei camici bianchi, ma anche la Cgil («norme deludenti») e la Cisl («operazione mediatica che nasconde ennesimi tagli»). Sulla stessa lunghezza d’onda i manager della Fiaso («decreto di buone intenzioni ma con dubbi di realizzabilità dopo i ripetuti tagli»), mentre quasi solo il primo sindacato dei medici di famiglia, la Fimmg, plaude alla norma che rivoluziona le cure primarie e crea il ruolo unico per gli Mmg.

Le classiche “luci e ombre”, insomma. Con un impianto che è rimasto sostanzialmente stabile, sebbene intanto sia caduto tra l’altro l’obbligo per asl e ospedali di assicurarsi o quello dei defibrillatori negli istituti scolastici e nelle società sportive. Con voglie di rivincita che montano in vista dell’esame del Senato anche dopo lo stop alla deroga dall’applicazione della legge Fornero e all’aumento a 70 anni dell’età pensionabile per i medici. Ad andare avanti è stata invece la nuova stretta ai prezzi di riferimento per i fornitori di beni e servizi: la base partirà dal 5° percentile (non più il decimo). Da prezzi più bassi, insomma. E se non aderiranno alla piattaforma Consip, le Regioni perderanno il finanziamento integrativo annuale.

Il Sole 24 Ore – 19 ottobre 2012

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