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Siglato il patto per la Salute Stato-Regioni con la clausola “anti-malasanità”. Gli ospedali insicuri saranno chiusi

Paolo Russo. Dopo un lungo tira e molla tra Regioni e ministero dell’Economia alla fine è arrivata la firma che sigilla il Patto per la salute, con la promessa di nuovi servizi e risparmi da 10 miliardi in tre anni da reinvestire in sanità. «Abbiamo messo in sicurezza il sistema sanitario italiano per le prossime generazioni», ha commentato il Ministro della salute, Beatrice Lorenzin, al termine di una Conferenza Stato-Regioni piuttosto tempestosa.

I governatori del Nord, capeggiati dal veneto Luca Zaia, hanno infatti fino all’ultimo puntato i piedi, per spuntarla alla fine sul principio che tagli alle risorse in caso l’economia volti al peggio dovranno essere concordati e sulla possibilità per le regioni virtuose di rientrare in 3 anni negli standard di dotazione del personale.

Tra le novità dell’ultima ora la clausola anti-malasanità nel regolamento sugli standard ospedalieri. Dovranno chiudere i battenti non solo i reparti sottoutilizzati perché con scarso bacino di utenza, ma anche quelli con cattive performance, ossia poco sicuri. Ad esempio i parti cesarei primari non dovranno essere più di uno su quattro, la mortalità a 30 giorni dopo by-pass coronarico non dovrà superare la soglia del 4% e così via. Resta lo standard di 3,7 posti letto per mille abitanti, che si tradurrà, complessivamente, in un taglio di circa 3500 mila letti, aumentando però quelli per lungodegenze e riabilitazione, che oggi scarseggiano. Entro tre anni non potranno più lavorare in convenzione le cliniche con meno di 60 posti letto, salvo accorpamenti per raggiungere una soglia minima di 80 letti.

Si punta molto anche sulla sanità elettronica: telemedicina e teleconsulti a distanza, fascicolo sanitario elettronico, basi informatiche comuni per ottimizzare acquisti e pagamenti dei fornitori Asl. Un piano da 7 miliardi di risparmi e sul quale il Patto promette di investire tra i 3,5 e i 4 miliardi di euro in tre anni, facendo ricorso a fondi strutturali europei, risorse private in forma di project financing, ma anche contributi degli assistiti per prestazioni sanitarie «extra».

La Stampa – 11 luglio 2014 

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